GIOVEDÌ, VENERDÌ, SABATO SANTO 

VERSO UNA SCONVOLGENTE IMMAGINE DI DIO 

Giancarlo Bruni O.S.M., in Il suonatore di flauto, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte  (BG) pag. 65-67; Giovedì, Venerdì e Sabato Santo. 

1. Questa semplice e scarna riflessione si  limita a rispondere a una domanda: che immagine  hanno di Dio e propongono di Dio coloro che si  professano credenti in Dio, e da dove la  deducono? Un cristiano in tutta onestà non può  che rispondere a partire dal suo punto imprescindibile di riferimento che è un tu storico,  Gesù di Nazaret via al Padre (Giovanni 14, 6): «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio  unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha  rivelato» (Giovanni 1, 18), lui ne è l’esegesi,  l’interprete, il racconto. 

Gesù, dunque, come compagno di viaggio  che ai suoi amici si narra come via di accesso  all’Inaccessibile (1Timoteo 6, 16), come  immagine visibile dell’Invisibile (Colossesi 1, 15),  come parola del silenzio (Giovanni 1, 14), come  impronta del sostanziale e come irradiazione della  gloria (Ebrei 1, 3), vale a dire della luminosa e  pesante verità di un Dio a cui straniera è la  vanagloria, l’apparire senza sostanza. Per il  cristiano il Dio di Gesù è costitutivamente il non  conoscibile, quindi il non immaginabile, il non  raffigurabile e il non dicibile, in altri termini il  tutt’altro e il tutt’oltre. Aspetto da mai dimenticare  per non incorrere nel rischio delle proiezioni  idolatriche, il Dio come sublimazione dell’io. Il  cristiano dice “Padre” solo perché Gesù ha posto  questo nome nel suo cuore e sulle sue labbra  rendendo vicino il lontano, e di lui può dire solo  quello che gli è stato dato cogliere nel gesto e  nella parola di Gesù. L’esodo dalla agnosi o non  conoscenza di Dio alla sua conoscenza e vicinanza  è in Gesù, per cui il Dio del cristiano è il Padre di  Gesù, compiutamente svelato nei tre giorni santi  di Gesù culminati nella Pasqua di resurrezione. 

2. Lasciamo parlare i gesti arresi al messaggio  che da essi trasuda, essi spiegano qualcosa di Dio,  il tanto che ci basta, e spiegano molto di noi a noi  stessi. 

Gesù, quel giovedì, «avendo amato i suoi […],  li amò sino alla fine» (Giovanni 13, 1). Un amore  in tre gesti: la lavanda dei piedi, il mettersi e il togliersi il grembiule e il boccone dato a Giuda  (Giovanni 13, 1-31); gesti nei quali Gesù narra il  Padre come servo dell’uomo, come vita data per  l’uomo e come cibo che si dona in pasto a chi lo  dà in pasto. Quel giovedì, le immagini del Dio  padrone di corpi e coscienze, del Dio che chiede  vite in sacrificio e del Dio che punisce il traditore  si dissolvono, sbriciolate. 

E il gesto del pane spezzato e dato in pasto e  del vino dato a bere urlano la stessa logica e  profetizzano il venerdì santo, il giorno in cui il  consegnato a morte manifesta in faccia al mondo e  a vantaggio del mondo il folle e scandaloso amore  di Dio suo Padre, capace di convertire una ferita  mortale indotta in feritoia da cui non fuoriescono  né rabbia, né rancore, né risentimento e né odio,  ma solo fiumi di acqua e di sangue a purificare e a  immergere d’amore i propri uccisori; e tutti lo  siamo di un simile Iddio che rende puri e amabili,  belli, quanti lo abbruttiscono. 

3. Un Dio, infine, che in Gesù scende agli  inferi condividendo in tutto la condizione umana  votata alla morte e, nel contempo, dichiarando  aperto il tempo della vittoria sulla morte,  spezzando le porte dell’inferno. Opera di un Dio  che non manda nessuno all’inferno, che già esiste  ove regna il disamore, da cui appunto è venuto a  liberare. Questa è l’opera del sabato santo preludio  della domenica di risurrezione di Gesù e in lui del  suo Dio. 

Dio è morto, è stato detto; gli dèi risuscitano,  è stato detto, quello che sappiamo è che ancora  esistono uomini e donne che in tutta libertà e  dolcezza narrano che in Gesù è risuscitato anche il  suo Dio. Così poco Dio, così poco corrispondente  all’immaginario su Dio da renderlo follemente  amabile nel suo rendere, sempre in anticipo,  follemente amabili fino al dono di sé quanti  amabili non sono, non imputando loro la non  amabilità. Solo un Dio così può far risuscitare  quanti giacciono nella tenebra del non amore e  nell’ombra della morte. Questo narra la Pasqua.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).