Anno A – At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 opp. 1Cor 5,6-8; Gv 20,1-9 (sera: Lc 24,13-35) 

PASQUA DI RISURREZIONE

Giovanni Vannucci, «Pasqua di Risurrezione», Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni  XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 63-65. 

Ogni anno incontriamo, agli inizi della  primavera, la celebrazione della risurrezione  di Cristo. Dobbiamo esser grati alla Chiesa  che, continuamente e insistentemente,  dischiude al nostro sguardo, distratto e spesso  incredulo, la visione delle realtà essenziali e  ultime.  

Possiamo vivere il mistero della  risurrezione in svariate maniere: o  considerarlo come un’assurda e commovente  fiaba che evoca delle memorie, dei sentimenti  che ci mettono fuori, per qualche istante, dalla  durezza e insignificanza dei tempi; oppure  possiamo vedervi la proiezione di una  speranza cieca, che è nel fondo di ogni cuore,  di vedere un giorno la morte abolita da  un’onda di vita piena e luminosa; infine  possiamo sentire e vivere il mistero di Cristo  e della sua vittoria sulla morte come qualcosa  che ci concerne, perché sperimentiamo che  dalla morte e risurrezione di Cristo  discendono quelle energie che intessono il  nostro destino di coscienze redente.  Quest’ultima maniera di vivere la  risurrezione, penso sia l’unica per chiunque  abbia fede e senta che le tappe della vita,  morte, risurrezione di Cristo segnino i non  evitabili passaggi della coscienza che vuole  raggiungere la pienezza della propria vita.  

«Cristo abiti nei vostri cuori mediante la  fede – le forze spirituali introdotte da Cristo  nelle coscienze – e possiate esser radicati  nell’amore – nella partecipazione alla vita, alla  luce, al fuoco che Cristo ha donato all’uomo»,  ci ricorda san Paolo nella lettera agli Efesini (3,17). L’idea fondamentale dell’esperienza  del cristianesimo vissuto è quella del Cristo interiore: quando si tratta di Cristo è di me  stesso che si tratta, di Cristo che abita nei  nostri cuori come forza trasfìguratrice. Questa  certezza, raggiunta per una mutazione di  coscienza, rende comprensibili alcune  espressioni del primo cristianesimo: «Non  sono io che vivo, ma Cristo che vive in me»  (Galati 2,20); «Finché non dirai di te stesso che  sei mio, Io non sarò pienamente ciò che Io  sono; ma se mi comprendi, con questa  cognizione esatta, tu sarai come Me. E per  opera mia che tu divieni ciò che Io sono» (Atti  di Giovanni). Cristo, la Parola incarnata, è la  Persona in sé, l’Uomo interiore, il nostro vero Io. Nella prospettiva di questa possibile  esperienza di fede, cerchiamo di penetrare,  per quanto le insufficienti parole umane lo  permettano, nel mistero della morte e della  risurrezione di Cristo.  

La vita è una successione ininterrotta di  vita e di morte e nuovamente di vita. Il corpo  fisico continua a vivere grazie al meccanismo  del ricambio che elimina le parti consunte e ne  assimila di più fresche. La mente, la psiche  continuano a esser viventi per la capacità di  rinnovarsi che hanno. La morte è la spinta che  conduce ogni aggregato verso l’indifferenziazione, la stasi, l’omogeneità; la vita invece è la  pulsione verso la differenziazione e l’eterogeneità. La prima favorisce la formazione di  sistemi chiusi in se stessi; la seconda  moltiplica gli scambi e le aperture con altri  sistemi.  

Il tessuto dell’esistenza è composto dalla  perenne lotta tra la morte e la vita; la vita che  invade i campi devastati e li rende  nuovamente fecondi, la morte che si adagia sui nuovi virgulti e lentamente li estingue.  Questo su tutti i piani dell’esistenza: la pianta  vive e muore, nel seme riprende il suo ciclo  vitale; l’animale vive e muore, nella  generazione la sua vita continua; la mente  vive nei pensieri, i pensieri vengono spenti  dalla ripetizione, riprendono vigore in nuove  formulazioni; il cuore vive nei sentimenti, a  loro volta questi vengono usurati  dall’abitudine, e riprendono vita quando  appaiono nuove visioni, nuovi ideali. Le  creazioni dell’uomo, dopo un tempo di  intensità, si affievoliscono, e ciò che prima era  stata l’attuazione di grandi speranze, si  trasforma in rattristanti istituzioni, finché non  vengano rianimate da nuovi e più intensi  ideali.  

Sembra che tutto il fluire dell’esistenza  sia condannato all’annientamento, se non  intervenissero, quando i processi vitali  declinano verso l’uniformità della morte, dei  nuovi fattori di intensificazione. Essi nel  mondo organico sono i modelli informativi  che risolvono nel senso della ripresa della vita  un corso di degradazione; nel mondo della  coscienza umana sono gli interventi della  Rivelazione che la salvano dal decadimento.  

Il punto centrale nella meditazione della  morte e risurrezione di Cristo è questo: Gesù  Cristo è, nella nostra certezza di fede, la  Parola di Dio che presiede alla creazione di  tutti gli esseri, il modello informativo sul  quale tutto ciò che esiste viene a configurarsi,  ed è la Parola di Dio che si è fatta carne, che  dopo l’evento dell’Incarnazione non risuona  più dall’esterno, ma vibra nel profondo della  creazione che, per questa nuova e interiore  sorgente di vita, si dischiude e decisamente  s’incammina verso la rigenerazione.  

Le creature, una volta nate, entrano nel  regno della morte, lo superano con la  moltiplicazione delle generazioni, alla morte  immanente oppongono le nascite. Alcune  forme religiose hanno radicato la fede  nell’immortalità nella successione dei padri,  dei figli, dei nipoti; altre nella considerazione  del non-valore dell’esistenza storica e nel valore assoluto del ritorno delle scintille  divine, coniugate con la materia, nel loro  incandescente e immateriale fuoco originario.  

Gesù Cristo scende dal seno del Padre nella  carne e, per la sua natura umana, è come tutti  noi condannato alla morte, accetta  liberamente e volontariamente la morte. La  sua morte è stata voluta dalle leggi costrittive  di una società, e ha rivelato la crudeltà delle  leggi della religione del Padre e insieme  l’ingiustizia della morte. L’ac-cettazione  volontaria della morte da parte di Cristo ne  rivela l’aspetto necessario ma non assoluto, e  insieme sposta l’accento dalla morte alla vita.  La morte da realtà terrificante acquista il  significato di passaggio obbligato a una più  intensa vita. Con la morte-risurrezione di  Cristo, la continua morte, cui tutti siamo  sottoposti, viene trasformata in un’assoluta  provocazione verso la vita, e diventa libera  accettazione della propria vita e della propria  morte.  

La verità soprarazionale delle due nature,  divina e umana, di Gesù Cristo è il simbolo  dell’eternità della vita congiunta alla fatalità  della morte. Nella morte-risurrezione di Gesù  Cri sto, la morte è il punto luminoso verso il  quale tutti siamo in cammino e al quale  porteremo i nostri frutti di vita e di luce.  

L’evento della morte-risurrezione di Gesù  Cristo si rivelerà l’inizio di un immenso  movimento ascensionale di un imperativo  creatore che ci impone la necessità di accettare  la nostra vita e la nostra morte positivamente,  l’ascesi di tutto l’essere nostro personale per  integrare e sublimare ogni energia, per  intensificare la vita della coscienza, che farà  passare l’uomo e il suo universo nella  pienezza della luce della risurrezione.

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