V Domenica di Pasqua  

Anno A – At 6,1-7; Sal 32; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12 

La VIA, la VERITÀ, la VITA 

Giovanni Vannucci, «La Via, la Verità, la Vita», 05a domenica di Pasqua. Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro  studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 75-77 

Consideriamo prima di tutto i punti  salienti dell’intenso dialogo tra Cristo e i  discepoli riportato in Giovanni 14,1-12.  

Poco avanti il Maestro aveva detto: «Per  breve tempo ancora starò con voi; dove andrò  né i Giudei, né voi potrete venire, vi devo  aprire la strada» (Giovanni 13 33); ora  soggiunge: «Non angustiatevi per quello che  mi succederà. Vi precederò nella casa del  Padre, nell’eternità, oltre lo spazio e il tempo,  nella verità, ove la vostra umanità potrà  fiorire senza impoverimenti ed errori. Vi  traccerò la strada, la percorrerete dopo di  me».  

Tommaso, ricordando le parole  sull’ignoranza dei discepoli riguardo al luogo  ove Cristo sarebbe andato, domanda: «Se non  possiamo sapere dove vai, come potremo  scoprire la strada?». La risposta che Cristo dà  è del tutto imprevista: «La strada sono io, io  sono la strada che va percorsa, essendo io la  verità, cioè la luce che fa da guida lungo il  percorso; io sono la vita, il termine cui la  strada conduce. La vita infinita che troverò e  troverete nel Padre, non è un luogo distinto  dalla via, è identica a essa; chi si incammina  per essa giunge a conoscere il Padre e a  conoscere me. Non per una nuova nozione  che acquisisce, ma per una misteriosa  fecondazione del suo interiore essere. Io e il  Padre siamo una sola cosa».  

La novità sottintesa dalle parole di Cristo è  questa: il Padre era la via, la verità e la vita, gli  uomini la percorrevano non nella qualità di  figli, ma come parti di un popolo eletto, come  schiavi o servi di un assoluto monarca, come  monadi di un’unica e sovrana coscienza nella  quale si sarebbero fusi dopo aver assaporato  l’illusione delle apparenze dell’esistenza.  

Ora, nella realtà cristiana, la via, la verità,  la vita sono il Figlio, e il Figlio è la nuova  rivelazione del Padre, gli uomini  raggiungono l’Assoluto, l’Infinito assumendo  la piena e chiara coscienza di essere figli di  Dio. Non più schiavi, servi, ma figli e amici. 

Novità ostica per i discepoli; Filippo  esprime la sua incapacità di comprendere:  «Signore, mostraci il Padre». Con infinita  pazienza Gesù risponde: «Da anni sono con  voi, e pur avendo visto la novità della mia  vita, delle mie parole, delle mie opere, tu  ancora chiedi che ti mostri il Padre? Il Padre è  nella novità della mia coscienza di Figlio. Io  sono in lui ed egli è in me; le mie parole,  differenti da tutte quelle che finora sono state  dette, sono sue per quella novità che è in esse;  le mie opere sono sue, sempre per quella  novità che le insapora. Se non volete credere  in me, prestate attenzione a quanto di nuovo  c’è nelle mie parole e opere; allora la novità  della religione del Figlio vi feconderà,  armonizzando la vostra coscienza con la mia  avrete fede in me. Potrete fare non solo quello  che io ho fatto nel tempo che sono stato in  mezzo a voi, ma molto di più. Tra poco  tempo, per la morte dell’Adamo che è ancora  in me, io sarò più strettamente in lui e lui in  me».  

Certo, le parole che leggiamo nel Vangelo di  Giovanni: «Io sono la via, la verità e la vita», se  non teniamo presente che sottintendono un  passaggio dallo stato di coscienza che  caratterizza la religione del Padre, a quello  che è specifico della religione del Figlio, 

costituirebbero un paradossale non-senso. La  coscienza della figliolanza divina costituisce il  punto centrale, essenziale della novità  cristiana, la permanenza della religione del  Padre nella cristianità è il segno del non 

compiuto risveglio dei cristiani dopo duemila  anni dall’inizio della nuova coscienza di figli.  Ciò spiega la sofferenza, la tormentosa  ricerca della nostra inquieta generazione, la  quale, sentendosi chiamata alla grandezza di  figli di Dio, si attarda ancora su posizioni che  dove-vano essere spazzate via dalla religione  del Figlio.  

Cerchiamo di capire: la religione del Figlio  è costituita da uomini che, superati i legami  della carne, del gruppo, della nazione,  possono affermare che il loro io essenziale,  ultimo, irriducibile, viene da Dio. Per  esempio, il cittadino dell’impero romano  trovava la sua identità di uomo  nell’affermazione: io sono cittadino romano;  l’ebreo, per affermare la sua individualità,  invocava il padre Abramo.  

Ciò significa che l’uomo prima di Cristo  aveva bisogno, quale sostegno della sua  individualità, della legge o delle leggi, di capi  temporali o spirituali, di usi e costumi, di  tradizioni e di consuetudini, di essere, in altre  parole, sostenuto dal mondo del Padre. Chi ne  seguiva i dettami era pienamente integrato,  chi li rifiutava cadeva sotto il giudizio dei  rappresentanti del Padre.  

Ora Gesù afferma: «Chi non rinuncia al  padre, alla madre, ai consanguinei non può  essere mio discepolo» (Matteo 10, 37). «Mia  madre e i miei fratelli sono quelli che  ascoltano la parola di Dio e la mettono in  pratica» (Matteo 12, 48-50).  

I legami ancestrali vengono rinnegati e  sostituiti con quelli dello Spirito, che abolisce  ogni forma di separazione e tutto riunisce  nella coscienza di figli di Dio: «In Cristo Gesù  non c’è più né Greco, né barbaro; né  circonciso, né incirconciso; né uomo, né  donna, ma la nuova coscienza di figli» 

(Galati 3, 28).  

Ogni coscienza umana, nella religione del  Figlio, è chiamata a porsi in assoluta  solitudine di fronte all’Infinito, a tenersi in  piedi con la sola forza del suo io cosciente, per  raggiungere l’affrancamento da ogni terrena  costrizione e vivere la libertà dei figli di Dio. 

Nel mondo statico della religione del  Padre, il Figlio ha introdotto il movimento, il  dinamismo, la via che si apre alla coscienza di  essere figli di Dio. Nessun uomo può più  chiamarsi padre, maestro, uno solo è il  Maestro, a lui si accede con un sostanziale  cambiamento di coscienza, da schiavi a figli,  richiamandosi unicamente a lui che è via  praticabile, verità sperimentabile, vita  vivibile, abolendo ogni rinascente  sciamanesimo, in lui tutti siamo figli e fratelli,  tutti siamo servi inutili.  

Le parole: «Chi vede me vede il Padre»,  sono un invito ad assumere, decisamente e co scientemente, la statura di figli di Dio, a  superare il limite che separa la morale di  sottomissione dall’etica di liberazione che  rende inutili tutti i legami terreni.

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