II Domenica di Quaresima 

Anno A – Gen 12,1-4a; Sal 32; 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9 

LA TRASFIGURAZIONE 

Giovanni Vannucci, «La Trasfigurazione», II domenica di Quaresima, Anno A: in Risveglio della coscienza, 1° ed. Centro studi  ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 198 

Il nostro tempo stimola noi cristiani, con  un’esigenza assoluta, indeclinabile, non nuova  in sé, ma nella forza con la quale agisce in noi.  Intensificazione di forza che è l’effetto di  fallimenti storici della testimonianza cristiana,  e di un approfondimento del fatto religioso  che, anche se fino a ora è ristretto a un numero  limitato di coscienze, andrà rivelandosi come  l’unica risposta alla ricerca religiosa dell’uomo. 

Esigenza che nasce da una duplice  constatazione: una, l’approfondimento del  mistero della Parola eterna che è discesa nella  carne; l’altra, l’avvertimento, consapevole o no,  che il nostro bisogno di storicizzare il mistero e  le sue manifestazioni ha cristallizzato in una  serie di forme-pensiero la presenza eterna di  Cristo. 

Le parole del Maestro: «Io sarò con voi fino  alla consumazione del tempo» (Matteo, 28,20),  ci dicono che Cristo è la trascendenza divina  immanente nella vita. La sua vicenda è la  vicenda esemplare di ogni coscienza umana, le  tappe salienti della sua vita sono le stesse che  ogni coscienza è obbligata a percorrere se vuole  giungere alla sua personale trasfigurazione. 

Trasfigurazione, come ben l’ha compreso il  cristianesimo ortodosso, è la parola chiave  dell’esperienza cristiana. Vocabolo che  comprende numerosi significati: estetici,  affettivi, religiosi, teologici. Nel suo senso più  immediato e umile, indica il passaggio da una  figura a un’altra. Nel suo più elevato senso,  richiama il “corpo glorioso” della tradizione  cristiana, il “corpo di luce” del sufismo  iraniano, il “corpo di risurrezione” della  tradizione ebraico-cabalista. 

Il termine “trasfigurazione” include due  concetti fondamentali: quello di  “purificazione” e di “elevazione”. Si dice «un  viso trasfigurato dalla gioia» e all’inverso “un  viso sfigurato dalla paura”. La gioia, la felicità  per effetto della diffusività del bene. 

In questa Trasfigurazione c’è un doppio  processo di superamento di ciò che è contrario  alla gioia e di integrazione dell’essere nella  gioia, il secondo concetto è l’aspetto  improvviso, fulmineo della trasfigurazione.  

Cristo viene trasfigurato inaspettatamente  davanti ai discepoli: dopo aver superato le  suggestioni delle essenze del basso. Cristo  incontra le essenze dell’alto e l’incontro è come  un corto circuito folgorante tra ambedue: il  basso viene assunto e trasfigurato dall’alto,  l’alto nel suo impatto con il basso si manifesta  nella teofania di Cristo irradiante luce. 

Nell’immagine della trasfigurazione  riportata da Matteo 17,1-9 si hanno tre livelli:  nell’alto quello del “corpo glorioso”, Gesù  attorniato da Mosè e da Elia; nel mezzo i tre  apostoli Pietro, Giovanni, Giacomo prostrati al  suolo, accecati dalla nube luminosa; ai piedi del  monte gli altri discepoli e la folla. 

La scena è dominata dalla voce che ne  rivela il significato: «Costui è il mio Figlio, il  prediletto. Lui ascoltate».  

Pietro, Giovanni e Giacomo, sono la  proiezione nell’umanità sonnolenta della triade  luminosa di Mosè, Gesù, Elia. Gesù è il  luminoso centro di essa, come Giovanni è il  centro della seconda. I tre personaggi di  ambedue sono le funzioni che caratterizzano  ogni movimento d’ascesa verso lo Spirito.  Mosè, il legislatore della vecchia alleanza, ma  che non entrò nella terra promessa; Pietro,  l’energia strutturante della nuova alleanza, con  tutti i suoi entusiasmi e tradimenti; Elia e  Giacomo simboli del profetismo, dell’energia  che demolisce ogni chiusura raggiunta e  definita: Gesù e Giovanni figure della suprema  sintesi nello Spirito che unisce la coscienza 

umana con la realtà della vita divina, per cui  l’uomo da figlio della terra e della carne  diventa il “Figlio prediletto”. 

Riprendendo il concetto iniziale di non  storicizzare il tempo e gli eventi della storia  dell’anima, e sovrapponendolo alla teofania,  alla manifestazione divina della  trasfigurazione redatta dall’evangelista  Matteo, abbiamo questi tre piani, nel basso  un’umanità agitata e distratta: la generazione  incredula e pervertita; nel piano intermedio tre  figure, tre funzioni: la funzione organizzatrice,  quella profetico-inquietante: la loro sintesi in  un movimento ascensionale verso il piano  trasfigurato. 

Considerando la trasfigurazione, nella sua  immagine tripartita, e non dimenticando che  essa appartiene al tempo e alla storia  dell’anima, e non al tempo e alla storia degli  avvenimenti esteriori, essa ci rivela il suo  travolgente e coinvolgente significato: non  riguarda solo Cristo e i discepoli, ma riguarda  ogni uomo e di conseguenza tutta l’umanità. In  me esiste una zona caotica di pensieri, di  volontà, di desideri, di passioni, «la  generazione incredula e pervertita» (Matteo  17,17); in me esiste un’indomita volontà di luce,  di ascesa, di trasfigurazione: le conquiste che  riesco a fare, il dominio che raggiungo mi porta  a formulare in precettistiche, in sistemi di conoscenza e di  morale le vie sperimentate e le nozioni  raggiunte, a sentirmi bene in queste vittorie, a  voler costruire delle tende per render durevole  la pace raggiunta: è la funzione di Mosè e di Pietro. 

Una volta raggiunta la tranquillità, sento  nascere in me una sottile inquietudine che mi  sussurra: sempre oltre, sempre oltre è la tua  dimora, l’infinito cui sei chiamato dimora non  ha: è la funzione profetica di Elia e di Giacomo.  Riprendo allora il mio cammino che, come  quello del Figlio dell’Uomo, non ha riparo ove  pernottare, né pietra ove posare il capo. 

Il termine del mio cammino è la  trasfigurazione gloriosa in Cristo, in Cristo  Figlio prediletto; cammino che sono chiamato a  percorrere andando sempre oltre. Egli è  l’infinita vita, l’infinita luce che opera nel tempo  e nello spazio, ma non vi è contenuta. 

La trasfigurazione, allora, non è  un’immagine letteraria, ma la più positiva delle  realtà: nessun essere umano raggiungerà la  luce del figlio se non nella propria carne e nel  riordinamento della propria realtà terrestre.

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