XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 

Anno B – Deuteronomio 6, 2-6; Ebrei 7, 23-28; Marco 12, 28-34 

L’AMARE DEFINISCE L’UOMO 

Giancarlo Bruni O.S.M., in Buona cosa è il sale, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte  (BG) pag. 194-196, 30.a Domenica del T.O. – Anno B 

1. Marco ama annotare la predilezione di Gesù  per gli incontri personali: con l’emorroissa, al di là  dell’anonimato della folla (cf. Marco 5, 31-32), con  l’uomo ricco e con il cieco Bartimeo, al di là delle  condizioni sociali (cf. Marco 10, 21.51-53), con chi  lo attornia al di là del clan parentale (cf. Marco 3,  31-35), con uno zelota di nome Simone (cf. Marco 3, 18; Luca 6, 15) e di un pubblicano di nome Levi  (cf. Marco 2, 14), al di là delle appartenenze  politico-religiose. Infine, come riferisce il brano  evangelico di oggi, con uno scriba, verosimilmente  fariseo, al di là del movimento di cui egli fa parte. A  segno di un Dio a cui premono relazioni ravvicinate  con soggetti puntuali, inevitabilmente situati, ma  mai identificati con la loro collocazione. 

Il “tu” è sempre oltre e sempre altro rispetto alle  sue appartenenze: aspetto chiaramente  sottolineato dalla pagina evangelica: «Si avvicinò a  lui uno degli scribi». Uno, un singolo, un fuoriuscito  dall’accostare Gesù secondo il sentire proprio del  gruppo di appartenenza, da non temere di  riconoscere pubblicamente che Gesù ha risposto  bene ai sadducei a proposito della risurrezione dai  morti (cf. Marco 12, 18-27), e da aspettarsi da lui  una risposta altrettanto sapiente sul quesito che  sta per porgli (cf. Marco 12, 28). Illuminazioni  sempre attuali circa il rapporto coscienza  individuale-coscienza di gruppo, con un invito a  riconoscere il primato della prima per non essere  ridotti a ingranaggi del collettivo, qualunque esso  sia, e non a “tu” unici, irripetibili e indisponibili a  non vagliate logiche di gruppo, resi capaci di  distanza critica da ogni sistema fino a fuoriuscirne,  costi quello che costi. In nome, certo, di  discernimenti evangelici, ma altresì dell’interrogazione dei propri fiuti profondi,  secondo l’esplicito insegnamento di Gesù: «E  perché non giudicate da voi stessi ciò che è  buono?» (Luca 12, 57). 

Sia Gesù che lo scriba concordano nel non  identificare il soggetto con il distintivo di appartenenza e invitano il soggetto a non affogare  nei suoi distintivi. 

2. Torniamo alla pagina evangelica. L’apertura  disponibile dello scriba permette lo svolgersi in  serenità di un dialogo su una questione decisiva:  «Qual è il primo di tutti i comandamenti?», quale il  più grande? Comandamenti che domandano, come  suggerisce il loro numero di 613, la somma dei  giorni dell’anno e delle parti del corpo allora  conosciute, osservanza di tutti i giorni dell’anno,  con tutto il coinvolgimento del proprio corpo, del  proprio essere. Questione decisiva, perché si tratta  di dare il nome al comandamento primo che fonda,  sostiene, unifica e orienta tutti gli altri; davvero  unico nel suo sussistere alla molteplicità di norme  di fatto datate, limitate e passeggere, semplice  riflesso e traduzione storica del nucleo permanente  a ogni mutazione. Domanda pertanto radicale per  una risposta articolata in due momenti: la  puntualizzazione di che cosa comanda il rapporto  con Dio, che cosa lo determina e lo invera, e che  cosa il rapporto con l’uomo. Che cosa? L’amore e  solo l’amore, come recita, in rapporto a Dio, il  “credo” di Israele, l'”ascolta” (cf. Deuteronomio 6,  4-5), e come recita, in rapporto all’uomo, il libro  del Levitico (19, 17-18). Gesù ricorda al suo  interlocutore ciò che egli già sa, come testimonia la  sua controrisposta: «Hai detto bene, Maestro, e  secondo verità» (Marco 12, 32), che gli merita  l’elogio di Gesù: «Vedendo che egli aveva risposto  saggiamente, Gesù gli disse: “Non sei lontano dal  regno di Dio”» (Marco 12, 34). 

Siamo al cospetto di un sapere nato da un  orecchio attento alla lezione dello “sta scritto”, vita  ben fondata, radicata e orientata è quella che  poggia sulla legge dell’amore e che obbedisce alla  stessa, un amore inclusivo di Dio e del prossimo.  Un amore che, in riferimento a Dio, si connota per  il vocabolario della “totalità”: con tutta l’energia  della propria mente, l’amore pensato, del proprio  cuore, l’amore appassionato, e delle proprie forze,  l’amore tradotto con corpo. L’essere nella sua integrità è coinvolto nell’atto di amore verso Dio.  Un amore poi che in riferimento al prossimo si  connota per il suo “prolungamento”: «Amerai il tuo  prossimo come te stesso», prolungherai verso  l’altro la cura che hai per il tuo bisogno di pane, di  affetto, di cultura e di ragioni alte e caste di vita:  «Non c’è altro comandamento più grande di questi  due» (Marco 12, 31), inscindibili così da costituire  un tutt’uno. Non c’è culto gradito a Dio superiore  all’accoglienza e all’osservanza (cf. Marco 12, 33;  Osea 6, 6) della ragione che, unica, rende sensato,  buono e bello il cammino dell’uomo, l’amare. 

3. Di fatto, nell’esperienza cristiana, amore è il  nome di Dio (cf. 1Giovanni 4, 8): sacramento e  irradiazione di Dio amore è il nome di Cristo (cf.  1Giovanni 4, 9); amato è il nome dell’uomo (cf.  1Giovanni 4, 10); amare come amato da Dio in  Cristo il suo compito (cf. 1Giovanni 4, 11; Giovanni 13, 34) e amato per sempre il suo destino (cf.  1Giovanni 3, 14). Così Dio-amore in Cristo-amore  definisce la verità dell’uomo in termini di amore;  intelletto, affettività e corporeità sono ancelle al  servizio di una “ragion d’amore” tradotta in liturgia  del cuore e pubblica in rapporto a Dio e in  compassione attiva in rapporto al prossimo.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).