XXX TEMPO ORDINARIO 

Anno A – Es 22,20-26; Sal 17; 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40 

L’UNITÀ dell’AMORE 

Giovanni Vannucci, «L’unità dell’amore» in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il  Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984;. 30a domenica del tempo ordinario – Anno A; Pag. 180-182.  

Cristo ha portato la Legge alla sua perfetta  maturazione dischiudendo alla coscienza  l’immenso orizzonte in cui l’amore di Dio,  l’Invisibile, e del prossimo, il Visibile, si unificano  in un’unica espressione nel cuore dell’uomo.  «Ama il Signore tuo Dio con tutto te stesso; ama il  prossimo tuo come te stesso» (Matteo 22, 37-39).  

Al comandamento e, in conseguenza,  all’impulso di Cristo, il cuore umano oppone due  formidabili resistenze: «l’egoismo», nelle sue  molteplici sfumature, e «la grettezza morale», cioè  la mancanza di generosità nelle piccole e grandi  cose.  

L’egoismo è il primo nemico dell’amor di Dio,  chi ama appassionatamente se stesso non può  logicamente amare Dio: chi ama cerca sempre  cosa può dare all’amato; l’egoista si domanda  sempre cosa può ancora ricevere.  

L’amore verso l’Invisibile è un amore del tutto  altruista. Chi ama Dio vuole unicamente piacere a  Lui solo, per piacere a Dio niente è mai troppo  duro da compiere, troppo amaro da sacrificare, e  dona se stesso totalmente, senza mezze misure,  senza meschine preoccupazioni. Per lui amare è  tutto, che importa se il suo amore sarà corrisposto  o meno? Egli è pago d’amare con tutto il cuore,  con tutte le sue capacità; a questa divina ebbrezza  mai arriverà l’egoista, in lui la preoccupazione di  se stesso ostacolerà ogni slancio. In lui l’amore di  Dio diverrà timore; la volontà di ascesa si  trasformerà in ricerca di meriti; il pentimento delle  colpe commesse si muterà in penosa attrizione di  rimorso, causata dalla paura; l’Iddio  misericordioso diverrà il Dio tremendo; l’egoista,  misurando sul suo metro lo stesso Dio, verrà a  trovarsi nelle condizioni di antagonista; per  l’egoista una sola via è possibile: quella del più  nero pessimismo e scetticismo. Ripiegato su se  stesso, non pecca, ma solo per non rischiare, perciò non acquisisce neppure del merito. Potrà osservare  tutti i dieci comandamenti di Mosè, ma gli sarà  impossibile aprirsi al comandamento dell’amore,  perché il suo cuore è colmo solo della  preoccupazione di sé.  

Infinite sono le sfumature dell’egoismo: si  nascondono in ogni crepa della coscienza, si  valgono di ogni farisaica impostura; chi ama sa  scoprirle in se stesso e spietatamente le distrugge.  

Una delle più pericolose maschere  dell’egoismo è il vittimismo. Chi passa il tempo a  compiangersi, chi va in cerca di motivi di  malcontento, chi si sente il centro d’attrazione di  ogni possibile disgrazia, non raggiungerà mai  l’amore. Per lui non esiste alcuna possibilità di  volo; ripiegato in se stesso, autoirrorantesi di  lacrime, si ritiene oggetto dell’universale interesse  e non capisce come la vita lo sorpassi in corsa.  

Se l’egoismo si oppone all’amor di Dio, la  grettezza morale si oppone a quello del prossimo:  «Ama il prossimo tuo come te stesso». La farisaica  domanda sorge subito: «Chi è il mio prossimo?».  L’egoista è anche gretto, ingeneroso, non può  amare Dio, perché troppo occupato ad amare se  stesso; non può amare il prossimo suo, perché non  ha prossimo. Chiuso nella torre di avorio delle sue  personali preoccupazioni, può giungere alla falsa  generosità dell’elemosina, traendo da essa un  piacere, ma non perché senta il bisogno del  prossimo come un suo bisogno, come una diretta  relazione di Carne e di Charitas. Il gretto può  essere formalmente virtuoso, austero puritano,  ipocritamente religioso, non solo per la stima che  gli altri possono avere di lui, ma per un suo  interiore compiacimento. A lui sono ignote tutte le  generosità, le coraggiose imprese, tutti i rischi.  

L’uomo è chiamato ad attuare l’amore, non il  timore. Amore giocondo verso l’invisibile Iddio,  senza sottigliezze metafisiche, amore grato per 

ogni cosa bella, per ogni cosa buona, amore sereno  e fiducioso, paziente e generoso verso tutte le  forme di vita, non esclusa la propria, considerata  come una potenza spirituale in ascesa; amore forte  e coraggioso che trae dalle avversità l’alimento per  la sua nutrizione e per il suo sviluppo; amore  naturale che non costa sforzo, che non si esaurisce  nel dare, ma trae dalla sua stessa grandezza sempre  nuovi doni. L’uomo si matura sotto il raggio  dell’amore, come il frutto sotto quello del sole. Il  «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che  è nei cieli» non è più un poetico dolcissimo  comandamento, ma diviene un semplice modo di  essere nella vita.  

Vinto l’egoismo, annullata la grettezza nel  raggio di una meravigliosa luce spirituale,  l’«altro», l’estraneo» diviene totalmente noi stessi,  perché «nell’Amore» siamo nell’altro, chiunque  egli sia. L’altruismo si estende a tutta la creazione;  non si può amare poco perché la natura dell’amore  è di non aver limiti. L’altruista ama con generosità  e, non curandosi di un ricambio d’amore, innalza  la sua canzone nel cielo come l’usignolo solitario  pago di cantare. Quando l’amore si accende in un  cuore, esso lo invade tutto e finisce per alimentarsi  di se stesso. Quando l’uomo avrà fatto dell’amore  verso Dio e dell’amore per il prossimo un solo  amore, l’umanità realizzerà se stessa nella  pienezza della Luce.  

Ogni amore che non saldi i due amori in un solo  amore è limitante, soffocante e null’altro è se non  amore di sé. Quando diciamo d’amare e, in nome  di quest’amore, violiamo la personalità dell’altro,  consumiamo solo una rapina, anche se col  beneplacito del rapinato. Afferriamo per le ali la  farfalla, invece di contemplarla, con amore, libera  sui fiori; imprigioniamo in gabbie, non importa se  d’oro, gli usignoli creati per la dolcezza delle notti.  La prima lettera dell’amore si chiama «libertà»;  Dio amandoci ci dona questa libertà, totalmente; ci  dà tutto, si affida a noi senza difesa, non ci impone  il suo amore, lo mette alla nostra portata,  attendendo che impariamo a viverlo per la nostra  gioia e la gioia di tutti gli esseri.  

La conoscenza di tutte le conoscenze, la chiave  di tutte le chiavi è questa: conoscere nel proprio  mistero il mistero che tortura l’anima del fratello  che ci siede accanto; fare della tortura del nostro  fratello la nostra tortura, fare della gioia del nostro  fratello la nostra gioia. Allora la divina realtà  dell’amore trionfante irradierà le coscienze, non vi  sarà più né mio né tuo, né padrone né servo, né  oppresso né oppressore, non vi sarà più il male  perché il male è uno solo: quello che soffre l’altro  e che tu, per nessuna cosa al mondo, vorresti  causare né causerai.

Qui puoi acquistare tutti i libri di p. Vannucci.