IV Domenica di Quaresima “Laetare”

Anno C Gs 5,9a.10-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

I DUE FRATELLI

Estratto da “La vita senza fine” di Giovanni Vannucci O.S.M.

La parabola del figlio prodigo, del figlio che abbandona la casa paterna per soddisfare le proprie voglie e ritrovatosi, al termine della sua avventura, con le mani piene di amare delusioni, varca di nuovo la soglia della sua casa, è una parabola fondamentale (cfr. Luca 15, 11-32).

Nel suo aspetto immediato può significare il peccatore che ritorna e si converte; nel suo significato profondo è d’ordine cosmico e va ben oltre l’esiguo mistero del piccolo uomo. La Genesi parla di una duplice creazione di Adamo: l’Adamo che Dio crea a sua immagine e somiglianza, l’Adamo che dà il nome a tutti gli archetipi della Creazione, creando così le prime anime gruppo delle future ondate di vita. Questo Adamo non conosce il sonno, è sveglio, abituato a guardare Dio faccia a faccia. Inoltre vi è l’Adamo al quale noi assomigliamo, l’Adamo che si addormenta in un sonno profondo, l’Adamo delle voglie, dei desideri.

Il primo Adamo ci porta a pensare all’umanità senza colpa, a un mondo puro, ove il fratello maggiore rimane con il Padre, non aspirando alla grande e tremenda avventura della libertà.

Vi fu un tempo in cui i due Adami convissero nella casa del Padre, un tempo in cui ogni ritmo s’integrò in un ritmo superiore, tempo che era dentro la maturità umana. Il secondo Adamo richiese la sua parte di eredità, il diritto di scegliere la sua via. Da lui ognuno di noi proviene, in lui ognuno di noi vede rispecchiare l’inquietudine del figlio prodigo, e l’intera terra è questo figlio prodigo.

La parabola del figlio prodigo nasce nell’Eden, e quando Adamo tende la mano al frutto proibito, in quell’istante il figlio chiede la sua parte di eredità, separa la sua sorte da quella del Padre e affronta la sua tremenda avventura.

Nell’Eden si decidono molte cose grandi e terribili: in primo luogo si decide l’uso della libertà che era stata data all’uomo insieme alla vita; che l’uomo cominci a usarla male non ha significato, l’essenziale è che, comunque ne usi, ne usi fino al punto di crearsi degli elementi di limite, così da inventare la necessità dell’obbedienza, per tornare, cosciente, a quella legge dalla quale, incosciente, si allontanò; fino al punto di conoscere, per esperienza personale, di averne fatto un cattivo uso; questo è il segreto della parabola.

La parabola non stimola l’insorgere di teneri sentimenti, cerca di far pensare. L’uomo, e per esso la terra, si è separato dal ritmo divino, ha consumato la sua eredità in bagordi.

La vogliosità umana, in contrasto con la divina volontà, tende a polarizzare nella forma i suoi desideri, a creare bisogni per il cui appagamento occorre suscitare nuovi desideri. In una specie di circolo chiuso l’uomo continua a girar su se stesso dolorando, senza volersi liberare dalla causa prima del dolore: il desiderio; così che esaurisce prima i mezzi di soddisfare gli impulsi che non l’impulso.  Ma nell’economia del creato vi è solo una ristretta possibilità di peccato; l’uomo può consumare la sua parte di beni, ma non riesce a consumare la vita, e la vita prima o poi si vendica.

Colui che sfrenatamente si abbandona alla vogliosità, viene a trovarsi nel bisogno senza poterlo soddisfare; deve guardare i porci, e, dopo averne fatti uccidere a centinaia per le sue mense, non può sfamarsi come loro.

L’uomo sulla terra può molto, ma non può tutto: a un certo momento la coscienza della sua impotenza lo ricondurrà alla nostalgia del Padre celeste, della sua prima casa, e ritornerà con umiltà alla soglia paterna donde era partito con presunzione e superbia.

L’umanità intera ritornerà al Padre, l’invocazione sarà accolta, e sulla terra si farà alla fine la volontà divina com’è fatta nei cieli; quella volontà che è amore e alla quale si oppone la vogliosità umana che è odio.

Quando ciò avverrà, non un rimprovero, non una rampogna accoglierà il prodigo.

Il Padre ha sempre sospirato il figlio viziato e avventuroso, nel quale ha profuso tesori di tenerezza, e il figlio è certo di trovare un amore maggiore di ogni errore. Il Padre ha per lui una sola parola di difesa: «Ha molto sofferto!». Ecco la leva della tenerezza paterna: la sofferenza. Il Padre piange sulle sofferenze incontrate dal figlio, anche se sono il frutto della sua insipienza, anche se hanno determinato il suo ritorno.

Se l’uomo troverà nei cieli una precedente e fedele umanità, il fratello maggiore, esso non potrà rimproverarlo di nulla, il Padre lo impedisce da sempre: «Sei sempre stato con me, ciò che era mio era tuo, ma questo tuo fratello ha molto sofferto, era perduto e si è ritrovato, era morto ed è risuscitato» (Luca 15 51-32).

L’uomo è il figlio prodigo, ma è il figlio che può tornare, e, avvalorato dalla propria esperienza, può meritare più di chiunque il compiacimento paterno.

Se l’uomo si è valso della libertà per allontanarsi da Dio, si vale della libertà per tornare a Dio; e per tornare non con la pretesa, ma con la consapevole sottomissione. Il fratello maggiore, l’umanità incolpevole, cosa sa di pianto e di strider di denti (Luca 13, 28)? Chi è sempre stato bene cosa sa di ciò che conosce chi ha sofferto? Il figlio prodigo sarà accolto per il diritto della lunga sofferenza portata fino in fondo, e non ha importanza se quella sofferenza l’ha meritata per i suoi errori.

L’uomo, e per lui la terra – pecorella smarrita o figlio prodigo -, ha qualcuno nei cieli che immensamente l’ama: a questo amore ognuno deve riportare se stesso. Sapere che c’è questo infinito amore, confidare in esso, a esso anelare, ecco il mandato umano.