XXI TEMPO ORDINARIO 

Anno A – Is 22,19-23; Sal 137; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20 

TU SEI IL FIGLIO DI DIO 

Giovanni Vannucci, «Tu sei il Figlio di Dio» in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto  il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; 20a del Tempo ordinario – Anno A; Pag. 150-152. 

Fermiamo la nostra riflessione sulle parole  di Pietro: «Tu sei il Consacrato, il Figlio del Dio  vivente» (Matteo 16, 16). 

Alla domanda: «La gente chi dice che sia il  Figlio dell’Uomo?», i discepoli rispondono:  «Alcuni affermano che tu sei Giovanni il Battista,  altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».  Giovanni, Elia, Geremia, un profeta, sono  semplicemente uomini; Cristo precisa di più la sua  domanda: «Per voi chi sono?». Pietro, senza  ombra di incertezza, afferma che Cristo è  totalmente altro dall’uomo: «Tu sei il Consacrato,  il Figlio del Dio vivente. Tu sei il Figlio  dell’Uomo, ma su di Tè c’è un sigillo sacro, quello  del Figlio del Dio vivente». 

Questa affermazione è la spada che divide  l’umanità in due schiere, quella che accetta la  professione di Pietro, quella che non osa accettarla  perché in contrasto con la ragione, oppure perché  vi vede un’affermazione pagana, oppure perché,  negandola, rifiuta una Chiesa troppo umana e  potente che delle parole di Pietro si è fatta uno  strumento di dominio e di tirannia. 

Mettendoci oltre tutte le contese, nel più  profondo rispetto verso chi, onestamente, non  accetta la divinità di Cristo, cerchiamo di  comprenderne in noi, in coloro che hanno fatto di  questa affermazione vita della loro vita, il  significato. Pietro afferma: «Tu sei il Figlio del  Dio vivente», quindi non un ideale di alta nobiltà  di vita, non il Maestro unico e inimitabile, ma «il  Figlio del Dio vivente»; il Figlio che si presenta a  noi, non per essere oggetto di raffinati sistemi di  pensiero, ma per esser vissuto in tutta la sua forza,  in tutta la sua novità, in tutta la sua grandezza.  Realtà non di speculazione, ma di vita. 

Forse, in questo momento della storia, a  ognuno di noi è richiesto di mettersi al di là di  quanto fino ad ora è stato detto, speculato, scritto  

sulla divinità di Cristo, e, in questo deserto  mentale, di porsi davanti alle parole: «Tu sei il  Figlio del Dio vivente», in silenzio, perché  discendano in noi, ci illuminino, ci aiutino a vivere  il loro mistero divino e umano. Non è facendo di  Gesù Cristo un semplice uomo che si glorifica  l’ascesa umana, bensì è dimostrando come  l’umana pochezza abbia potuto innamorare Dio,  che si esalta davvero quel principio che fa  dell’umana natura il prototipo dell’ascesa e della  trasfigurazione universale della materia. 

Se noi, piccoli uomini, abbiamo potuto con  le nostre sofferenze, lotte, sforzi, virtù, ottenere  che un più puro aspetto della divinità rivestisse le  nostre spoglie, allora noi, piccoli esseri effimeri,  abbiamo un qualche valore agli occhi del Dio  vivente. Non è il fatto che l’uomo ascende a Dio  che è importante, bensì quello che Dio discenda  nell’uomo. Se l’uomo ascenda a Dio, vedi tutti i  geni religiosi di prima e dopo Cristo, Dio diventa  simile all’uomo; ma se Dio discende nell’uomo,  vedi Gesù il Cristo, l’uomo è costretto a divenire  simile a Dio. Può sembrare assurdo che dopo  duemila anni dalla redenzione, siamo costretti a ri iniziare la difesa della divinità di Cristo, eppure è  così, ma facendolo noi difendiamo l’intrinseca  divinità dell’uomo. 

Per Gesù, è l’uomo che ascende  all’adozione divina, non solo, ma che diviene  veramente figlio di Dio: «Non per volere di carne  o di sangue, non per volontà di uomo, ma per  operazione dello Spirito Santo l’uomo diventa  figlio di Dio». Gesù è la nuova norma umana, il  nuovo ordine di cose, la nuova fondazione  dell’umanità, il nuovo possibile uomo. Gesù, con  la sua nascita, creò i postulati per una nuova forma  di vita veramente umana. Come Gesù nacque, gli  uomini dovranno nascere «non per volere di carne,  non per volere di uomo, ma per opera dello Spirito  di Dio, e gli uomini saranno chiamati figli di Dio». 

Il Verbo si è fatto carne, Dio si è fatto uomo  in Gesù Cristo! Questo occorre che l’umanità  acquisisca, questo è il vero secolo nuovo, la grazia  del terzo millennio! Strappando a Cristo il nimbo  della divinità, strappiamo dalla nostra fronte  l’aureola dell’immortalità che il nostro martirio  terreno ci ha conquistato. Noi invertiamo i tempi,  torniamo indietro invece di andare avanti e, dopo  avere scoperto Dio, scopriamo miserevolmente la  scimmia. 

Chi oggi libererà lo schiavo, chi oggi farà  grande il piccolo e piccolo il grande? Non certo la  carne e il sangue, ma il Padre che è nei cieli.  Possibile che l’umanità, dopo aver sognato uno  splendido sogno, scopra di doversene vergognare?  Se è vero che i sogni rivelano l’inconscio represso,  nell’inconscio dell’umanità Dio è represso e vuol  giungere alla luce della coscienza. Se l’umanità  sognò sempre degli dei umanati, ciò è perché essa  è capace di umanare Iddio. E noi alla bellezza del  sogno inchiniamo riverenti il pensiero e, presi  dalla sua grandezza, non temiamo di errare  affermando che esso, come si è avverato in Gesù  Cristo, si avvererà nell’uomo. Gesù, vero uomo e  vero Dio, è il segno del nostro riscatto, la caparra  dell’eterno commercio con il cielo. 

«Tu sei il Figlio del Dio vivente!». Quante  volte nei secoli questo grido dell’umana coscienza  echeggiò! Questo grido esprime e contiene quanto  il cuore umano ha di più alto, di più umile, di più  puro come anelito e come idealità: il Cristo.  L’umanità può aver trascinato nel fango la sua  veste regale, può aver deviato da tutte le sue vie,  ma basta a redimerla, a glorificarla, a ricondurla al  suo cielo l’inconscia e potente aspirazione che,  quasi istinto caratteristico dell’uomo, fa sì che essa  possa concepire il Cristo come salvezza divina  realizzata e attuata nell’uomo.  

Gesù, vero uomo e vero Dio, è il segno  della nostra ascesa: «In verità vi dico che chiunque  creda in me, anche se è morto, vivrà».  

Noi crediamo in Te, per Te crediamo in  tutti i tuoi fratelli: gli uomini nati da donna.

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