NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Anno A – Ez 34,11-12.15-17; Sal 22; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46 

IL GIUDIZIO DEL RE 

Giovanni Vannucci, «Il giudizio del Re», 34a domenica del tempo ordinario – Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed.  Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984. Pag. 190-193. 

Celebriamo la solennità di Cristo Re. Nel  prefazio della Messa il regno di Cristo, il Regno  che non è di questo mondo, è così descritto:  «Regno eterno e universale, di verità e di vita, di  santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace».  Qualità che sicuramente non potremo mai trovare  negli Imperi e nelle Repubbliche terrene, frutti  sempre di più o meno gravi compromessi tra la  giustizia e l’ingiustizia, l’amore e l’odio, la pace e  la guerra. Non di questi reami Cristo è Re!  

Mi sembra di un’importanza unica la  sollecitazione che ci viene dalla Liturgia a pensare  alla natura e all’affascinante nobiltà del Regno non  mondano di Cristo, a sognare il suo grande sogno;  tornando poi nella dura terra, qualcosa rimarrà in  noi del sogno, e sarà germe di vita meno banale e  dispersiva. 

Noi crediamo che Cristo sia l’Alfa, la lettera  iniziale, e l’Omega, la lettera che chiude la vicenda  dell’universo creato; il primo Adamo, l’Uomo  protologico, e l’ultimo Adamo, l’Uomo  escatologico che in sé attua e compie l’immagine  divina dell’uomo.  

C’è un mondo che ben conosciamo, il mondo  della storia; a esso s’interseca, anzi ne è l’essenza  intima, un fuoco attivante, il mondo della storia  divina che iscrive la sua operosa attività nella  coscienza umana.  

C’è il tempo della storia empirica che fluisce,  quasi sempre, attraverso dolorose tragedie; c’è il  tempo sottile della metastoria divina, che è stabile,  immutabile nella sua costante elargizione di pace,  di amore, di giustizia, di gioia. Il mondo della  storia divina, il tempo sottile e qualitativo del  Divino, sono il regno non mondano di Cristo.  

Entrare in questo Regno costituisce per l’uomo  un’esperienza trasformatrice, in quanto viene a  scoprire in sé il germe della vita eterna, della vita  vera, la propria personale essenza divina che non  

viene dalla carne e dal sangue, ma da Dio. Allora  l’uomo comprenderà di non essere nella storia, ne  il figlio della storia, ma che la vera storia è in lui,  e in lui c’è la storia del suo esodo dal mondo divino  a quello terreno e la storia del suo ritorno al  principio incandescente dal quale promana. Il  ritorno è certo, ma lento e faticoso; l’uomo, come  il seme del loto, deve radicarsi nel fango oscuro  della materia se vuol risalire e germogliare nella  luce. Pur essendo nel mondo, deve continuamente  ricordarsi di possedere una perla preziosa che gli è  stata affidata dal Re del mondo, della Verità e della  Vita.  

Limitandosi alla storia empirica dei regni di  questo mondo, l’uomo non può che avere una  visione imperfetta e dell’esistenza e del compito  che vi deve svolgere. Con approssimazione riesce  a sapere che la sua vita inizia con la nascita e  finisce con la morte; ma del suo vero regno cosa sa  l’uomo ordinario? I più credono tiepidamente a un  fantasioso «dopo morte», senza peraltro esserne  fondamentalmente sicuri.  

Dalla nascita alla morte, ecco la vita per la  maggior parte di noi! Ma dov’era la nostra vita  prima della nascita? Dove va la nostra vita dopo la  morte? Tutte le religioni sono sorte per spiegare  questo problema.  

Talora la soluzione è stata affidata a una parola  sola, ma siccome questa parola avrebbe potuto  significare il crollo di un intero elaboratissimo  edificio, si è preferito ripeterla ignorandone il  significato; talora la soluzione investiva un  importante gruppo di dogmi e si è ignorata o  repressa; talora la soluzione si è presentata o  troppo dura e non consolante e, per istinto di  difesa, si è ignorata, o respinta.  

La Verità è in Dio, e si è fatta carne, i suoi non  raccolsero, gli estranei domandarono: cosa è la  Verità? Millenni hanno preceduto l’Incarnazione,  millenni la seguiranno e intanto la nostra 

avventura nella carne e nel sangue sarà decisiva.  L’avventura carnale è determinante, è la misura  suprema, la suprema prova agonale per l’uomo;  essa decide la vita e la morte di ognuno. Essa è  all’incrocio della storia empirica, fenomenica, e  della storia divina, soprasensibile, il punto  d’incontro della carne e dello Spirito, del reame  umano e del reame di cui Cristo è il centro e la vita. 

Il reame di Cristo è di natura sottile, si afferma  nelle coscienze e si edifica con pietre viventi, con  pietre che sono passate dalla morte alla vita per  avere accolto la Parola eterna che discende nella  carne e dalla carne ascende. Se la nostra personale 

carne riuscirà a fissare in se stessa la Parola che  diviene carne, diverrà il supporto della immanenza  divina nella materia stessa, e sarà un centro che  irradia la vita: «Avevo fame e mi hai nutrito, ero  malato e mi hai curato». Se non vorrà fissare in sé 

la Parola eterna che diviene carne, sarà un centro  di arida negazione della vita: «Avevo fame e non  mi hai nutrito, ero ammalato e non mi hai curato»  (cfr. tutto il brano in Matteo 25, 31-46).  

Nel primo caso l’anima sarà nella grazia dello  Spirito vivente, e la sua avventura, che avrà un  punto nella morte fisica, non per questo avrà una  conclusione, ma di cielo in cielo continuerà la sua  corsa nell’infinito, verso la mèta unica e suprema  che è Dio stesso: «Venite, benedetti, nel regno del  Padre». Nell’altro caso, l’anima, avendo rifiutato  di accogliere in sé, come principio di vita, la  Parola, si spegnerà come scintilla caduta nel fango:  «Andate, maledetti, nel fuoco eterno».  

Nel mondo delle forme, l’uomo effimero, ma  eterno, contrasta con la perennità delle cose labili,  e queste cose labili e perenni – il regno mondano – cercano in mille modi di fermare quel principio  spirituale portato per sua natura a trascenderle. O  l’uomo ascolta la voce del suo spirito interno e  trascende la materia e allora sarai assunto in Cristo  e confermato nel Figlio, come figlio di Dio lui  stesso; oppure cede alle lusinghe della forma, alle  suggestioni del mondo, agli inganni di Satana,  allora morirà disperso nei suoi principi costitutivi:  questa è la geenna, dove è davvero pianto e stridor  di denti, in opposizione alla radiante certezza del  possesso interiore del regno di Dio.  

Sì, il Regno di cui Cristo è il Re è una conquista  interiore che si effettua nella carne e che, mediante  il tempo, si afferma nell’eternità.  

La lotta per il Regno è tutta qui, come il  Giudizio del Re Giudice è tutto qui!

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