XII TEMPO ORDINARIO 

Anno A – Ger 20,10-13; Sal 68; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33 

Non TEMETE chi UCCIDE il CORPO 

Giovanni Vannucci, «Non temete chi uccide il corpo», XIIa Domenica del tempo ordinario, Anno A; in Risveglio della coscienza 

La parola di Cristo scende nei profondi  recessi dell’anima umana, e vi compie la  trasformazione dell’uomo: la carne riceve la  parola e la parola fa fiorire la carne. Ogni cellula  della carne vibra di nuova vita: appare l’uomo  nuovo e in lui tutto è annuncio. 

I due momenti sono essenziali: ascoltare nel  silenzio, nell’oscurità del proprio essere la  parola; quando nell’uomo tutto si dischiude alla  vita della parola, allora, e solo allora, può  annunciare all’aperto quello che nell’oscura  trasformazione del suo essere è stato compiuto  dalla parola. 

Ogni discepolo è chiamato a vivere il mistero  dell’incarnazione della parola, non a gustare lo  zucchero, ma a divenire lui stesso zucchero. Se  questo non è compiuto, il suo annuncio viene  inquinato dalle parti irredente del suo essere. 

Fintantoché la Parola incarnata non ha posto  radici in tutto il nostro essere, l’annuncio della  parola evangelica è inquinato. Chi ha  sperimentato la Parola, e ad essa si è offerto  totalmente, può parlarne «sui tetti e sulle  piazze», perché allora diviene tutto parola.  Nessuno può parlare dell’elefante se non l’ha  ancora visto, si riferirà sempre a ciò che ha letto,  a ciò che gli è stato riferito da altri. 

La parola evangelica è via, verità, vita. Via  che va percorsa, verità che va scoperta, vita che,  se non è vissuta, diventa una dannosa verbosità. 

Pronunciare delle parole sulla parola senza  la corrispondente esperienza, riunire  intellettualmente delle parole non vissute,  deforma e inquina l’annuncio. 

Gli Evangeli suggeriscono continuamente di  sperimentare la parola. «Sperimentate la parola,  non limitatevi ad ascoltarla, ingannandovi con  falsi ragionamenti» (Giovanni 1, 22). 

«Chi ascolta le mie parole e non le  sperimenta nella pratica sarà come un insensato  che costruisce la sua casa sulla sabbia» (Matteo 7, 26). Il peccato di Pietro fu l’aderire  rapidamente al senso letterale delle parole del  Maestro e il diffondersi in parole che non  nascevano dall’esperienza; pecca quindi contro  la parola. 

Quando cammina sulle acque (Matteo 14, 18),  quando riprende il Signore (Matteo 16, 22 e 8,  32), alla lavanda dei piedi (Giovanni 13, 6), parla  prima di avere sperimentato la parola. Nel  triplice rinnegamento non pecca tanto per  essersi eclissato, ma per le parole: «Io non sono  del gruppo dei discepoli» (Marco 14, 71); Pietro  si è lasciato trascinare dalle parole, pecca  pronunciando delle parole che non nascono dal  profondo silenzio dell’esperienza. 

Forse anche l’annuncio odierno della parola  è lontano dalla terra del vissuto e si dissolve in  fumosità di parole. 

Il discepolo che diviene tutto parola, si  troverà in un mondo che lo beffeggia, lo  emargina, lo uccide. «Non temete quelli che  uccidono il corpo, temete colui che può far  perire e l’anima e il corpo nella geenna» (Matteo  10, 28). 

Chi può far perire l’anima se non la tendenza  alla superficialità e alla verbosità che ci  caratterizzano come uomini? 

Nel canone della messa diciamo: «Per Cristo,  con Cristo, in Cristo». “Per Cristo” è finalizzare  la nostra vita alla Parola incarnata. Ma non  basta, un ulteriore passo ci è richiesto:  sperimentare la Parola come unica compagna  della nostra vita. 

Anche questo non ci è sufficiente: dobbiamo  vivere, fonderci nella Parola, divenire una sola  cosa con essa. Allora non ne gusteremo più il  sapore, saremo anche noi la dolcezza della  Parola. 

L’annunciatore sarà allora come il Maestro,  perfetto come il Padre che è nei cieli. Vivrà  l’amore pieno e libero che ama non perché è  amato, perché l’amore è la stessa natura di Dio.  Chi ama secondo la carne e il sangue, non fa  nulla di diverso dal bruto: la cavalla ama il suo  puledro, la cagna il suo cucciolo; chi ama nella  competa trasformazione del suo essere, ama  come il Padre stesso sa amare.

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