Natale del Signore 

Anno A – Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18 

IL FANCIULLO ETERENO 

Giovanni Vannucci O.S.M., in Risveglio della coscienza, ed. Servitium, Milano 1984-20192; Natale del Signore,  Anno A 

Le celebrazioni natalizie tornano, ogni anno,  portando il loro incantesimo, la loro grazia, le loro  conoscenze espresse con simboli inesauribili: la  vergine Madre, la notte profonda, il volo canoro  degli angeli, i pastori, i re magi, la greppia, gli  animali che fanno corona al Fanciullo eterno,  l’annuncio della pace.  Essi passano davanti al nostro sguardo  commosso, il cuore ne sente il fascino, e  rientriamo nella banalità dell’esistenza con un  sentore di poesia arcana, che releghiamo nel  mondo dell’immaginazione fiabesca e niente di  più.  Eppure l’arida volgarità del nostro tempo  dovrebbe spingerci a sostare più a lungo e in  raccolto silenzio davanti ai simboli della nascita  del Fanciullo eterno, per afferrarne il contenuto,  per viverlo con sensi che ne scoprono la verità e  la bellezza, per capire che il loro messaggio  concerne ogni uomo e gli dà la forza di vivere la  sua vicenda personale nella linea dell’ascesa e  della trasfigurazione.  Il ritorno alla riflessione su questi simboli, che  ci trasmettiamo di stagione in stagione con riti  ormai stereotipati e consuetudinari per  disattenzione, significherebbe  un’evangelizzazione attiva per tutti noi che  dobbiamo riconoscere con coraggiosa umiltà di  essere ormai dei pagani e degli idolatri.  Non avendo l’insegnamento religioso  contemporaneo saputo riconoscere il valore  immanente e insieme trascendente dei grandi  simboli della nostra tradizione, ha lasciato la  psiche dell’uomo occidentale in preda a tanti  demoni, in maniera tale che per liberarsene è  tentato di trovare altrove delle tipologie più  nutrienti. Sarebbe così importante se ci fosse dato  di leggere uno studio sull’incarnazione della  Parola eterna, preceduto da un esame delle figure  della notte santa, alla luce di tutta l’umana  tradizione religiosa e degli approfondimenti  compiuti dalla psicologia moderna sugli archetipi  eterni della coscienza umana.  La nostra chiesa stabilì nel quarto secolo la  data della natività, e in essa vide il compimento  della festività pagana che era celebrata nel mondo  circostante e che commemorava il giorno  natalizio del “Sole invitto”. Il rito cristiano sostituì  la solennità pagana della rianimazione della luce  solare al solstizio invernale; in essa veniva  festeggiata con gioia la ripresa della vita sulla  terra: il seme, sotterrato nell’autunno, dopo aver  vinto il dragone infernale delle tenebre riprendeva  vita con la crescita della luce solare. In Egitto  Osiris era il simbolo della natura vegetale che  nasce, cresce, vegeta e muore per rinascere  perpetuamente. In alcune tombe di Osiris si trova  il disegno di una conifera che è l’antenato del  recente abete natalizio.  Il natale cristiano non sottoline a la rinascita  della vita vegetale sulla terra, ma la nascita del  Figlio di Dio nell’umana carne, la possibilità  offerta a ogni uomo di trasformarsi da figlio della  terra in figlio del cielo, riunificando in sé ciò che  nell’esistenza è separato: visibile e invisibile,  finito e infinito, carne e spirito.  Nel Fanciullo della notte santa ci viene rivelata  l’ultima e l’essenziale realtà di ogni uomo: egli è  luce da luce, ognuno di noi porta nella veste  terrena, carnale, grazie alla quale possiamo dar  forma a qualche cosa come la storia, una scintilla  di quella luce che in lui è discesa nella sua  pienezza (cf. Giovanni 1, 4).  La notte santa, presentandoci l’incarnazione  della Parola eterna nel Fanciullo del presepe,  rivela la natura vera dell’uomo: in ogni uomo vive  una scintilla di luce che appartiene al mondo  dell’invisibile, della pienezza dell’Essere.  Se l’uomo non percepisce la scintilla divina che  è in lui, non può capire la vita, la storia diventa  per lui un concatenamento irrisolubile di  necessità, di costrizioni, di schiavitù.  Quando i suoi occhi si aprono alla luce che  illumina ogni uomo, il suo occhio percepisce la  realtà terrestre e sopraterrestre, come specchio  che riflette non l’irrealtà del mondo delle forme  ma la pienezza del reale. Riconoscendo in se  stesso la luce, fonte e origine del suo essere  personale, sperimenta in se stesso lo stato di colui  che sa, e trova il suo destino, il suo compito nella  storia e, come Cristo, si darà tutto  all’adempimento delle «cose del Padre» (Luca 2,  49).  In lui la scintilla divina, esiliata nel mondo  della dimenticanza e dell’ignoranza, riconosciuta,  è salva e diviene attiva, operando la nascita  dell’uomo eterno, dell’uomo vero. Ritrova in sé la  Parola non profanata, e si incammina verso  l’adempimento del suo compito personale:  ricollegare la pluralità del mondo con l’unità  divina.  Perché questo avvenga ognuno prenda  coscienza del proprio caos, del proprio stato  personale indifferenziato, se ne separi per nascere  alla luce, per divenire una nuova creatura.  Quando l’uomo eterno nasce nell’uomo terreno,  mediante l’offerta sacrificale del proprio essere  caotico alla luce in lui racchiusa, non è più  sottomesso al divenire e all’invecchiamento del  tempo cronologico: il Fanciullo eterno è nato in  lui. Alla sua nascita presiedono la terra pura, la  vergine Madre incontaminata, la notte illuminata  da luci e rallegrata da canti del mondo delle  origini.  La nascita del Fanciullo eterno nell’uomo è  un’incarnazione: di essa l’incarnazione della  Parola eterna in Gesù Cristo costituisce il  prototipo e l’esemplare. Essa si compie quando  ognuno di noi nasce in Dio e Dio nasce in noi, e  coincide con la fioritura dell’individualità  spirituale di ciascuno. «Cristo può nascere mille  volte a Betlem, ma se non nasce in te la sua nascita  è inutile».

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