XXV TEMPO ORDINARIO 

Anno A – Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16 

I PRIMI e gli ULTIMI 

Giovanni Vannucci, «I primi e gli ultimi» in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il  Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984;. 25a del tempo ordinario – Anno A; Pag. 165-167. 

La parabola riportata in Matteo 20, 1-16,  per certi particolari, e per il contenuto di fondo, si  ricollega a quelle del “figlio prodigo” e del  “pastore” che, lasciando le novantanove pecorelle,  va in cerca di quella smarrita.  

Il figlio maggiore, le novantanove  pecorelle, rimasti sempre nella casa paterna e  nell’ovile, non hanno conosciuto le angosce, le  umiliazioni, gli avvilimenti del prodigo e della  pecorella smarrita. 

Così gli operai della prima ora patteggiano  liberamente il prezzo, ignorano la pena di veder  passare le ore senza essere ricercati, di veder  arrivare la sera e la notte senza aver lavorato; gli  altri non sanno come verranno pagati, accettano il  lavoro, felici di poter guadagnare qualcosa. 

Gli operai dell’undicesima ora avevano  atteso tutto il giorno che qualcuno li cercasse; se i  primi avevano durato la fatica e sofferto il gran  caldo, gli altri avevano conosciuto l’avvilimento e  l’angoscia dell’inutile attesa. Giustamente agisce il  padrone della vigna, giustamente rimprovera gli  insoddisfatti: «Vedi tu di malocchio ch’io sia  buono? Non mi è lecito di fare del mio quello che  voglio?». 

Tutta l’idea dell’annuncio cristiano è  contenuta in questa affermazione. Cristo è venuto  non per i giusti e i sani, ma per i peccatori e gli  ammalati; non per le pecorelle sicure nell’ovile,  ma per quelle smarrite; non per i vignaioli che  possono contrattare il prezzo del loro lavoro, ma  per quelli che accettano il lavoro senza domandarsi  quale ricompensa verrà data loro. Come il malato  e non il sano abbisogna del medico, il peccatore e non il giusto ha necessità del Redentore, così colui  che a lungo è stato disoccupato necessita di  occupazione e di lavoro, egli non discute di  ricompense, è solo pago di lavorare. 

L’operaio dell’undicesima ora non è  soltanto, come comunemente s’intende, il  

peccatore che si converte all’ultima ora.  Ordinariamente è l’uomo buono, intelligente,  spesso colto, spiritualmente disoccupato; l’uomo  cioè, privo di idealità, non perché ne sia incapace  ma perché sino ad allora nessun vero ideale gli si è  presentato. E di questi uomini ne esistono in tutte  le razze e in tutte le religioni.  

Spesso si vive un’intera vita senza  interessarsi ai massimi problemi del nostro essere.  Blandamente, con indifferenza, si seguono le leggi  del proprio paese e i riti della propria religione,  senza preoccuparsi di approfondire gli uni e gli  altri. Più che vivere si è vissuti, più che pensare si  è pensati e, come gli operai della parabola, si  aspetta qualcuno che ci cerchi, qualcuno che ci  faccia lavorare, finché qualcuno giunga; talora il  padrone che ci manda alla sua vigna può chiamarsi  sventura, malattia, miseria, dolore! Giungerà colui  che ci domanderà: «Perché ve ne state ancora  inoperosi?»; risponderemo: «Nessuno ci ha presi a  giornata ed è già l’ultima ora del giorno». Ed egli  ci dirà: «Andate anche voi nella vigna». 

Spesso, dopo una vita inutile e vuota, con  un richiamo improvviso, come un bagliore sopra  gli occhi chiusi, comincia il lavoro dello spirito.  Che esso duri molto o poco non importa, importa  che esso ci sia, importa che tutta la giornata terrena  non sia conclusa nell’ozio. Così vediamo persone  anziane, vissute fino ad allora tranquille, che di  colpo, come obbedendo a un richiamo, si gettano  in attività, si dedicano a studi cui mai avevano  pensato, si interessano appassionatamente al  mondo che le circonda, e, con uno slancio in cui è  contenuta una vera gratitudine, lavorano nella  vigna del Signore. 

L’operaio dell’undicesima ora è stato  chiamato e ha risposto, avrebbe risposto prima se  prima fosse stato cercato. L’operaio dell’undice sima ora non dice mai «È tardi», ma risponde  sempre «Eccomi!». Il premio degli ultimi sarà  giustamente uguale a quello dei primi, poiché 

attendere di essere chiamati e mantenersi liberi con  l’animo di aderire al richiamo, è già lavorare. 

La ricompensa dei primi come degli ultimi  è unica. La ricompensa è l’indiamento, il possesso  beato della pienezza della vita; vi è solo una vita  divina, la quale non può darsi ai suoi fedeli se non  nell’identica maniera. I brontolamenti, le proteste  dei figli rimasti sempre nella casa paterna, degli  operai della prima ora, attireranno solo lo sdegno  del padre e la dura risposta del padrone, che  testimoniano un’infinita comprensione in un  infinito amore. «Tu sei sempre stato con me», dice  al figlio maggiore il padre del figlio prodigo.  «Amico, non ti fo alcun torto, non hai convenuto  con me per un denaro?», risponde il padrone della  vigna. 

La parabola termina con un aforisma che ci  deve far pensare: «Gli ultimi saranno i primi, i  primi gli ultimi». Perché questa predilezione  divina verso gli ultimi? Spesso mi chiedo: verso  chi andavano le preferenze di Gesù morente sulla  croce, al buon ladrone o all’altro che accetta fino  in fondo le conseguenze della sua vita delittuosa?  

Il primo, in qualche maniera, approfitta di  Cristo: «Ricordati di me quando sarai nel tuo  Regno»; il secondo vive fino all’estremo la sua  scelta di libertà. 

E non è una domanda retorica questa,  facciamocela e forse riusciremo a spogliarci di  tutte le nostre albagìe di figli buoni e di operai  della prima ora! 

Spesso lo stato d’animo dei figli prodighi,  degli operai dell’ultima ora corrisponde a quello  che Ornar Khayam descrive in un suo poema: «Ho  visto un uomo solitario in un luogo arido. Non era  né eretico, né ortodosso. Non aveva né ricchezze,  né religione, né Dio, né Verità, né Legge, né  certezze. Chi in questo mondo è capace di tanto  coraggio?». Quando questi uomini entrano nella  vigna, vi portano il loro coraggio, la loro forza, la  loro dedizione che hanno raggiunto in una  solitudine libera e spoglia. Allora «gli ultimi  saranno i primi, i primi gli ultimi». 

Gli ultimi non porteranno nel Regno le  meschinerie, le rivalità, le ambizioni dei primi!

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