III Domenica di Pasqua  

Anno A – At 2,14a.22-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35 

IL PANE SPEZZATO 

Giovanni Vannucci, «Il pane spezzato», 03° domenica di Pasqua, Anno A; in Risveglio della coscienza
1a ed. Centro studi  ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 69-71 

Sulla strada di Emmaus i due discepoli  incontrano Cristo, non lo riconoscono,  disputano sulle Scritture lungo tutto il tragitto,  ma i loro occhi rimangono ottenebrati. Cristo  parla il loro stesso linguaggio, essi fissi  sull’idea messianica della loro fede ebraica,  nulla intendono. 

Durante la cena, quando Cristo spezza il pane, lo riconoscono e gli dicono: «Signore,  resta con noi perché si fa sera» (Luca 24,29).  Dopo la frazione del pane Cristo scompare. Il  «pane spezzato» è il punto centrale e risolutivo  dell’episodio narrato in Luca 24,13-35; i  discepoli non hanno bisogno di toccare le  piaghe del Risorto per riconoscerlo, è loro  sufficiente il pane spezzato.  

L’episodio sembra la traduzione in termini  cristiani, quindi di pienezza di rivelazione,  della scena rituale culminante nella  celebrazione dei misteri eleusini, dell’attesa  della suprema rivelazione. La celebrazione dei  misteri era preceduta dal digiuno, da riti  austeri, che aiutavano gli iniziandi a sorpassare  i limiti della loro coscienza ordinaria, a  raggiungere una capacità percettiva  ultrasensibile. Nell’ultima notte veniva  celebrata l’epopteía, la visione soprasensibile;  in essa il celebrante mostrava agli iniziandi una  spiga matura di grano. Questo gesto non era la  semplice allusione alla periodica morte risurrezione del grano seminato nei solchi, ma  faceva interiorizzare negli iniziati il processo  della vegetazione del grano: essi  sperimentavano di essere il seme che, caduto  sulla terra, muore e risorge moltiplicato  (Giovanni 12,24), non temevano più la morte  avendo visto nascere il frutto eterno  dell’anima, l’io superiore, e acquistato la  

certezza dell’esistenza sempre nuova dell’io umano.  

«Beati quelli che, partecipando alla  celebrazione dei misteri, vi trovano quella vita  che altri inutilmente cercano» (Sofocle).  

Il grano, come l’olivo e la vite, hanno  accompagnato ed espresso il divenire e le  formulazioni della cultura spirituale e sociale  dell’umanità mediterranea e occidentale in  genere. Essi non sono stati soltanto i tre doni  che la divinità ha fatto all’uomo, ma sono gli  alimenti vitali che hanno richiesto un assiduo  lavoro di generazioni di uomini.  

Il frumento ha richiesto, prima di  raggiungere la forma del pane mediante la  fermentazione e la cottura, un assiduo lavoro  di generazioni. Dalle primitive elaborazioni  dei nomadi, consistenti in farina spenta  nell’acqua o in gallette cotte sulla pietra  arroventata, al pane fermentato e cotto,  l’umanità ha compiuto un lungo cammino di  incivilimento. Osservando l’elaborazione della  farina di frumento si possono cogliere le  caratteristiche di un gruppo; un clan non  ancora organizzato improvvisa la cottura in  farinate o gallette, un gruppo invece strutturato  elabora il suo pane ritualmente; quanto più una  collettività si differenzia in famiglie e  individui, tanto maggiore sarà la diversità di  panificazione; quando invece una società  subisce un processo di massificazione, prevale  un unico tipo di pane imposto dall’autorità  centrale. Cosicché il pane è il più sicuro  simbolo per valutare la libertà personale  esistente in una cultura.  

Questa constatazione ci aiuta a  comprendere il significato della spiga nelle  celebrazioni misteriche e del pane spezzato 

nella religione cristiana. Cristo solleva non la  spiga, pane in divenire, ma il pane che  conclude il processo di morte-vita del grano, e  infrange la forma finale della trasformazione  del grano.  

Tenendo presente lo stretto nesso simbolico  tra il grano-pane e il processo di  individuazione della coscienza umana, ci è  dato di comprendere il significato del gesto di  Cristo: l’uomo-grano deve morire per  raggiungere la sua maturazione nel pane,  raggiunta la quale è chiamato, cristianamente,  a frantumarsi perché un’onda di più potente  vita erompa dalla maturità conquistata.  

E il pane spezzato rivela l’essenza del  mistero cristiano che è consumazione per  l’altrui vita, frantumazione delle forme perché  la vita ascenda in ritmi più vasti e grandiosi. 

Il pane spezzato è l’icona che Cristo ha  lasciato di se stesso e insieme la rivelazione del  mistero ultimo dell’Essere increato e creato. 

Il mistero divino è pane che si spezza per la  fame di tutti, il mistero di ogni vita è  frantumazione di forme perché il fluire della  vita non sia fermato.  

Tutto nasce da una forma che si frange. La  gemma muore e risorge nel fiore, il fiore nel  frutto, il frutto nel seme che, a sua volta, muore  e risorge. La morte non esiste, solo la vita  esiste e si afferma nella consumazione di tutte  le forme raggiunte e nel passaggio ad altre più  belle e vigorose. La bellezza della fanciulla  sfiorisce nella maternità, si spezza per generare  esseri nuovi. I figli migliori dell’umanità  vengono perseguitati e abbandonati perché  nella solitudine e nella consumazione creino  cicli nuovi di umanità.  

Il pane spezzato è la suprema rivelazione  della vita, i discorsi sulle Sacre lettere possono commuovere il cuore, riscaldare la mente, il  gesto della frazione del pane sconvolge  l’essere totalmente.  

E il gesto del grano che ha raggiunto il  compimento della sua natura nel pane, è il  gesto del Figlio di Dio e del Figlio dell’Uomo,  

è il gesto di ogni io umano che ha raggiunto  l’ultimo gradino dell’ascesa. 

Cristo è sempre dietro questo gesto vivente  e pieno d’amore, nessun tradimento, nessuna  delusione lo fanno desistere, il suo gesto  rimarrà fino alla consumazione del tempo,  essendo la legge profonda e stimolante della  vita in ascesa. Non rifiuta il suo corpo a chi lo  vuole consumare, anche quando l’uomo non  vuol più saperne di lui.  

La rivelazione del pane spezzato – di vivere  la nostra personale vita amando, servendo,  consumandoci, affrontando tutti i rischi e le  morti che vi sono incluse – è il più grande dono  che Cristo ci ha dato.  

In virtù di questo dono, anche noi possiamo  dare. Legge severa della vita è il dare; nella  natura il dare è necessità, nell’uomo è frutto di  libera scelta. Chi getta la propria vita allo  sbaraglio la troverà; dando la vita, il nostro  piccolo io fiorisce nell’infinita vita di Dio.

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