XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 

Anno B – Isaia 53, 10-11; Ebrei 4, 14-16; Marco 10, 35-45  

VENUTO A SERVIRE E A DARE SE STESSO  

Giancarlo Bruni O.S.M., in Buona cosa è il sale, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte  (BG) pag. 191-193, 29.a Domenica del T.O. – Anno B 

1. Giacomo e Giovanni, con la loro richiesta a  Gesù: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla  tua destra e uno alla tua sinistra», prospettano per  il Messia un destino di gloria, re di Israele,  nonostante avesse appena proclamato il terzo  annuncio della sua passione (cf. Marco 10, 32-34). Destino a cui desiderano essere associati con ruoli  primari quelli che danno lustro, il desiderio  dell’arrivare a posti di comando proprio anche agli  altri dieci (cf. Marco 10, 41). Tutti assimilati e  soggetti alla logica dell’istinto di potenza, la folla  che induce a competere per il governo delle nazioni  dominandole e opprimendole (cf. Marco 10, 42).  Una logica perversa per frutti perversi, la riduzione  a massa gregaria di folle mai divenute popolo e mai  fatte volere divenire popolo, una logica agli  antipodi da quella data da Dio a esercita il compito  di governatore, ministro del diritto, giustizia e della  pace, a partire dai meno garantiti. 

2. «Tra voi però non è così»: il corretto pensarsi  e collocarsi di chiunque detenga un ufficio o svolga  un compito, e nella chiesa nessuno ne è privo, sia il  sapersi servo accovacciato ai piedi dell’altro,  schiavo libero interamente dedito, fino al dono di sé, alla sua uscita dalle oppressioni che lo  sovrastano (cf. Marco 10, 43-44). Questa è  grandezza, nobiltà, e questa è la risposta di Gesù ai  due, ai dodici e alle chiese di ogni luogo e tempo, in  definitiva a ogni uomo, un ribaltamento di logica e  di comportamento che ha in lui il suo fondamento e  il suo modello esemplare: «Anche il Figlio  dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma  per servire e dare la propria vita in riscatto per  molti» (Marco 10, 45). Questa affermazione  costituisce un passaggio decisivo dello scritto di  Marco: conclude un cammino, precede l’ingresso di  Gesù in Gerusalemme, spiega il senso di quello che  sta per accadervi, e, più in generale, l’intero senso  di una vita, e scolpisce linguisticamente l’identità di  Gesù, il suo perché e il come. Gesù è il Figlio dell’uomo evocato da Ezechiele, cioè un profeta  colmo di Spirito (Ezechiele 2, 1s), inviato a un  popolo che ha occhi per vedere e non vede e  orecchi per udire e non ode (Ezechiele 12, 2s). 

Gesù è il Figlio dell’uomo nella linea del servo di  Jhwh isaiano (cf. Isaia 52, 13-53, 12), non un  potente dominatore, ma un solidale con la  moltitudine delle genti in forma debole,  appassionata e non seduttrice. Gesù è il Figlio  dell’uomo evocato da Daniele e dalla letteratura  apocalittica, il veniente dall’alto a compiere l’opera  di Dio per poi, subìta violenza, ritornare a Dio per  ridiscendere quale giudice finale. Indicazioni  sommarie di come Gesù si è fatto cogliere dalla  chiesa delle origini, un’intelligenza riassunta nel  titolo “Figlio dell’uomo”: il profeta “al di sopra di  tutti”, Messia e Figlio (cf. Marco 1, 1; 8,29, 15, 39), è  apparso nella forma dell'”al di sotto di tutti”, servo,  come dedizione senza clausole a tutti, il dare la sua  vita in riscatto per molti, cioè a favore della  moltitudine delle genti, di tutti perché Dio vuole  che tutti siano salvi (1 Timoteo 2, 4-6). 

L’identità di Gesù, il suo perché e il suo come  sono posti. In lui Dio è svelato come dono di sé  all’uomo, nella consapevolezza che solo un amore  gratuito è forza capace di sradicare l’uomo dai suoi  soggiorni nell’ombra del male e della morte. 

3. La conclusione è scontata e sta nelle parole di  Gesù a Giacomo e Giovanni: «Il calice che io bevo  anche voi lo berrete; e nel battesimo in cui io sono  battezzato anche voi sarete battezzati» (Marco 10,  39), ove calice equivale a bere sofferenza, e  battesimo a esserne immersi fino al martirio. I  discepoli chiamati da Gesù a stare e a camminare  con lui lo sono fino a condividerne la sorte, sorretti  dalla sua stessa ragione di vita: la vita è stata data  non per dominare sugli altri, ma per essere donata  non solo a chi è caro, ma a coloro stessi che la  tolgono, covando nei loro confronti un amore fino  all’ultimo respiro, fino all’ultima parola. Nel dono 

di sé fino alla croce sta la realizzazione di sé, e  Giacomo e Giovanni dovranno ancora apprendere  che cosa significa stare alla destra e alla sinistra di  Gesù: «Con lui crocifissero anche due ladroni, uno  alla sua destra e uno alla sua sinistra» (Marco 15,  27). Significa leggere in quel crocifisso l’amore del  Padre che si è fatto malfattore con i malfattori per  riscattarli attraverso il dono della sua stessa vita.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).