34.a DEL TEMPO ORDINARIO – CRISTO RE DELL’UNIVERSO Anno C
2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1,12-20; Lc 23,35-43
L’ULTIMO TESTAMENTO
Giovanni Vannucci O.S.M., in La Vita senza fine, Servitium Editrice 1991-2012; 34a domenica del tempo ordinario. Anno C
Sul Golgota Cristo è agonizzante sulla croce: è la fine! Due delle sue ultime parole, riportate dall’evangelista Luca, esprimono l’ultima consegna che Cristo affida all’umana coscienza. La prima è l’invocazione: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Luca 23, 34); l’altra è rivolta al ladrone pentito: «Oggi sarai con me in Paradiso!» (Luca 23, 43).
La prima indica una misericordia, una comprensione per i limiti della natura umana, e vieta ogni giudizio, ogni condanna sulle opere dell’uomo, anche le più mostruose; la seconda ci indica che mai dobbiamo disperare dell’uomo, né di noi, né di nessuno: le più incomprensibili strade possono condurre all’istante della suprema liberazione. Il ladro ha incontrato Cristo compiendo i suoi misfatti, come l’adultera ha ottenuto il perdono sbagliando nell’impostazione del suo amore.
Queste due parole, ultimo testamento di Cristo alla nuova umanità, rivelano le qualità essenziali, indispensabili del suo regno che non è di questo mondo violento e vendicativo. Comprensione e rispetto per gli errori dell’ignoranza umana, sospensione di ogni forma di giudizio e di condanna per le esperienze dolorose del male che ogni figlio dell’uomo può compiere. Esse sono le due componenti specifiche del glorioso regno di cui Gesù Cristo è il re.
Cosa c’è infatti dietro le intransigenze moralistiche, la volontà di imporre agli uomini dei particolari canoni di bene e di male, se non la sete di potere, l’imperiosa passione di dominare gli altri, considerati come pecorelle prive di discernimento e di senso morale? La sete del potere, la volontà di imperare sugli altri, anche se giustificate con teorie di investitura divina, costruiscono il regno di questo mondo, non il regno extramondano di Gesù Cristo.
Se Gesù nel suo ultimo anelito chiede perdono per i suoi crocifissori, per il popolo ingrato da lui beneficato, per i sacerdoti che non seppero dire la parola di verità, per i dottori che non lasciavano entrare nel tempio, per tutti gli infelici avvolti nella colpa suprema di uccidere l’innocenza, se introduce nel Paradiso il ladrone pentito senza chiedergli alcuna pena espiatoria, possiamo noi suoi fedeli promuovere il suo regno con i tribunali, i giudizi inappellabili, gli autodafé, le inquisizioni, gli ostracismi, le condanne che spesso non tengono conto dei diritti di chi condanniamo? Possiamo aver ombra di rancore verso chi ci ha calpestato e spezzato il cuore? Se non perdoniamo, se conserviamo rancore, se ricordiamo ciò che è stato fatto, che senso ha la redenzione che dobbiamo diffondere a tutte le creature?
Non è con il difendere una particolare e contingente figura del regno di Cristo che possiamo annunciare la buona novella, ma con il viverla nelle sue componenti di amore per tutte le creature, di compassione e di pietà per tutto ciò che esiste e vive. La posizione di difesa di una transitoria figura del regno di Dio ci rende combattivi, intransigenti, giudici e moralizzatori, e questo è il nostro male che ci incatena, ci lega, ci rende aridi e intolleranti.
Le grandi energie di amore, di perdono, di pietà che sono scaturite dalle ultime parole di Cristo, rimangono sterili e infeconde finché rimaniamo chiusi nella nostra empietà e durezza. Come Cristo si è consumato nell’amore, i sudditi del suo regno non hanno altra missione che quella di consumarsi nel più generoso amore.
La celebrazione della festa di Cristo re, che quest’anno cade dopo il Vangelo della fine dei tempi, ci presenta l’immagine del nuovo re, mentre morente ci affida la misericordia e la pietà come eredità ultima ed essenziale e assume l’aspetto di un severo giudizio delle nostre opere come cittadini e costruttori del regno extra mondano.
Su lui, il misericordioso, il pietoso, l’innocente, si riflettono la nostra violenza, i nostri insindacabili tribunali; i genocidi compiuti nel suo nome, i linciaggi morali vengono misurati e condannati.
Il giudizio di condanna potrà essere cambiato solo quando un immenso amore abiterà nelle nostre anime, un infinito desiderio di reciproca pietà ci renderà mansueti e misericordiosi, quando soffriremo della sofferenza di chi ebbe la sventura di bagnare le mani nel sangue e nelle lacrime.
Allora nel mondo ci saranno la pace e la giustizia, allora le sparse membra del corpo divino saranno unite in un unico essere vivente e respirante, allora il regno extramondano della misericordia e della pietà apparirà sulla terra.
Liberati da tutti i sogni di potenza, di dominio, di intransigenza nel giudicare, di trionfalismo, avremo un gran vuoto intorno a noi e in questo vuoto una strana pace, la pace di Dio, la pace del regno di Dio in mezzo agli uomini.
Il regno di Cristo non è di questo mondo, è vero, ma è compito dei cristiani operare in maniera che il suo regno possa avvenire. Regno che è spirito d’amore, di concordia, di reciproca remissione delle offese, di comprensione, di pietà.
Davanti a Cristo che muore, immerso in una compassione e pietà immense, tutti abbiamo errato, tutti fummo colpevoli; perdoniamoci e perdoniamo, rivestiamoci della compassione di Cristo che nasce dalla conoscenza del dolore, dalla completa e assoluta comprensione verso tutto e verso tutti.
L’amore del nostro Re divino sia nelle nostre anime come la rugiada notturna che ravviva i fiori, e ci guidi a diffondere i suoi doni di misericordia e di pietà, ci aiuti a riconoscerlo nei nostri fratelli, ad amarlo nei nostri fratelli, a essere orgogliosi di servirlo nei nostri fratelli, perché il suo regno venga attuandosi nella nostra compassione e comprensione di uomini.