2 Ottobre 2022 27.a DEL TEMPO ORDINARIO 

Anno C – Ab 1,2-3; 2,2-4; Sal 94; 2Tm 1,6-8,13-14; Lc 17,5-10 

ACCRESCI LA NOSTRA FEDE! 

Giovanni Vannucci O.S.M., «Accresci la nostra fede!!» – Anno C; in La vita senza fine 

Nel brano evangelico di Luca 17, 5-10 il legame logico delle parole di Gesù ai  discepoli, che l’avevano interrogato sulla fede, non è subito evidente. Nella prima frase Gesù  descrive il potere miracoloso di un granellino di fede: può comandare a un gelso di  trasferirsi nel mare (cf. Luca 17, 5-6). Negli altri due periodi indica la necessità di non aver  pretese: il servo, compiuto il proprio dovere, è sempre un servo inutile (cf. Luca 17, 7-10). 

Tenendo conto che il motivo centrale della conversazione fra Gesù e i discepoli è la  fede, possiamo trovare il nesso delle sue varie frasi. Descritto il miracoloso potere della fede,  il Maestro indica, realisticamente, la condizione e i doveri di chiunque cerchi la fede. 

Chi cerca la fede si senta come il servo che ha la mansione di lavorare un campo, o di  custodire un gregge; il campo e il gregge sono la metafora della concreta realtà di ognuno;  la fede dà la padronanza della vita, per raggiungerla dobbiamo prima esserne i servi.  Quando ogni particella della porzione di vita affidataci sarà feconda; quando tutto il terreno,  consegnato al nostro personale lavoro, sarà immacolato da istinti e passioni, allora potremo,  in libertà assoluta, comandare alla vita, ordinare al gelso di trasferirsi nel mare (cf. Luca 17,  6). 

La fede, la sua ricerca, accelera il processo di trasformazione della terra che ci è stata  consegnata, e quando la trasformazione sarà compiuta i miracoli accadranno perché la vita  verrà dominata. La trasformazione non sarà che il risultato della consapevole obbedienza a  colui che ci ha affidato il lavoro del campo, la custodia del gregge (cf. Luca 17, 7). 

Ordinariamente, nella comune esperienza, confondiamo la fede con la pratica  religiosa, con la religione stessa, con l’espressione ideologica di una religione storica. Di qui  l’uso di parlare di fede politica, scientifica, filosofica per indicare un’accettazione religiosa  di un dato atteggiamento di pensiero. Questa confusione ci può far vivere in pieno meriggio  e non veder la luce perché si è ciechi; si può essere immersi nelle pratiche religiose e non  aver fede; si può inventare una religione e inculcarla senza aver fede, oppure formulare un  sistema di valutazione filosofico-religioso sempre senza fede. Si può credere e non aver fede,  poiché la fede non è la credenza. 

La fede è un delicatissimo senso animico che rivela all’uomo la realtà trascendente  nell’immanenza di ogni cosa; senso che rivela alla coscienza il segreto significato della  manifestazione e le permette di equilibrare il richiamo che viene dal silenzio del passato e  da quello del futuro. 

La fede sviluppa e fa crescere nell’uomo di carne l’uomo dello spirito, fa passare  dal battesimo di acqua, che è riordinamento del campo di vita affidato a ognuno, a quello  di fuoco, che è confermazione di un’avvenuta trasfigurazione. Per la fede l’essere che in  Adamo fu separato viene riunito e confuso in Cristo, e assume nella figura della sua carne  l’impronta dello Spirito santo che lo trasforma e, vivificandolo, lo eterna. 

Nella realizzazione dell’assoluto della fede, fra il credente e Cristo si stabilisce  un’unione per cui la vita di Cristo diventa la vita del cristiano, e in Cristo il cristiano si eterna  e non conosce morte: «Chi ha fede in me non morirà in eterno» (Giovanni 11, 26). In questa 

trasformazione solo l’assoluto della fede ha un senso, le varie “credenze” sono  continuamente frustrate dal trionfo della morte alla cui legge ogni carne è sottoposta. L’esteriorizzazione della fede in varie forme religiose è sempre possibile e forse è una  necessità, ma essa è sempre limitante. Chi pratica tutti i riti prescritti, non fa male, ma è  necessaria la cautela per non confondere le pratiche con la fede: le pratiche possono  esprimere la fede ma non ne sono l’adeguata manifestazione. 

La fede è una tranquilla e costante sensazione di Dio, per cui l’uomo si muove nella  vita con la naturalezza del pesce nell’acqua chiara, e vivendo in questa sensazione opera  con sereno equilibrio e non si lascia sopraffare o turbare da cosa alcuna, per cui tutto ciò che  è transitorio non occupa l’anima che di passaggio, senza turbarla o distrarla dal suo  tranquillo abbandono di servo e di servo inutile. Nello stato di fede non solo tutto è  possibile, ma è impossibile che qualcosa non sia possibile. 

Di qui le parole di Gesù: «Se avrete fede quanto un granello di senapa, direte a questo  gelso: trapiantati nel mare, e il gelso obbedirà» (Luca 17, 6). Chi possiede questo prezioso  granello, possiede il segreto dell’anima cosmica la formula del potere assoluto, mediante la  quale tutte le creature sono soggette al Signore e gli angeli servono gli ordini ricevuti. Niente  infatti separa lo spirito singolo dallo Spirito santo e dalla comunione con la vita; chi possiede  la fede, possiede la vita e «fosse anche morto sarebbe risuscita to» (Giovanni 11, 25). 

La realtà della fede non è tanto il credere: la fede è un atto di comunicazione con tutto  ciò che è alto, bello e santo; la credenza ammette invece solo un determinato aspetto. La  credenza è la fede esteriore: per essa si crede in Dio, si raccoglie del materiale e pietra su  pietra si innalza un tempio; si costruisce un simulacro e si prega dinanzi a esso giorno e  notte. 

La fede si ha quando l’uomo dice: «Io sento in me nobiltà e generosità, sento in me  l’anelito a superarmi, sento in me l’eternità, la potenza dell’Essere. Gesù, dicendo: «Se avete  fede quanto un granello di senapa, direte a questo gelso di trapiantarsi nel mare […]», non  si riferiva al fatto di credere a questo o a quell’aspetto della divinità, ma al risveglio di quel  senso animico per cui l’uomo vive la vita di Dio. Gli apostoli, dicendo a Gesu: «Signore,  accresci la nostra fede» (Luca 17, 5), non domandano di credere in Gesù, ma di avere  qualcosa di più: la fede, la comunione con quella realtà che era l’unica ragione di essere del  Maestro. 

«Signore! Accresci la nostra fede» implorano gli apostoli! Questa invocazione ci apre  degli sterminati orizzonti. Il Signore invocato è il nato dalla Vergine e il concepito per opera  dello Spirito santo, ed è in suo potere dare e accrescere la fede. Poiché egli è il punto vivente  dell’incontro di Dio con la carne della carne con Dio. 

In lui, centro d’incrocio della materia e dello Spirito, scopriamo la nostra spirituale  natura, veniamo divinamente istruiti sulla nostra origine, intuiamo la realtà trascendente  del nostro compito umano che non è, né può essere, nella manifestazione creata ma  nell’immanifesto divino. 

In lui lo Spirito non è astrazione perché si fa carne, e la carne non è un penoso  cammino verso il disfacimento perché supporto di una materia che ascende nello Spirito. Imploriamo anche noi: «Signore, accresci la nostra fede!», perché fermamente  credendo in te, possiamo essere in te assunti e confermati, e per te ci sia dato di identificarci  nel Padre comune!