XIII TEMPO ORDINARIO 

Anno A – Gen 18,1-15; Lc 1,46-55; Mt 8,5-17 

I DISCEPOLI 

Giovanni Vannucci, «I discepoli», 13a domenica del tempo ordinario, Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 125-127. 

Tre cose vengono richieste a chi vuol seguire  Gesù Cristo: un amore più grande di quello che  naturalmente si porta ai genitori e ai figli; l’assunzione  della propria croce; il dono della propria vita (cfr.  Matteo 10,37-42). 

L’evangelista Luca riproduce il testo più forte:  «Se chi vuol seguirmi non odia il padre, la madre, la  moglie, i figli, i fratelli e le sorelle e anche la sua vita,  non potrà essere mio discepolo» (Luca 14,26). Parole  dure, ma vanno intese nella prospettiva che Cristo ci  dischiude: il raggiungimento di Dio, il divenire figli di  Dio, mèta assoluta che non può esser raggiunta se non  da un fermo desiderio di allontanarsi da tutto ciò che  non è l’Intemporale, per vivere in comunione con l’Io  divino che è in ogni uomo, in una partecipazione vitale  alla realtà di tutti gli esseri esistenti nel tempo. In modo  da amare gli altri, padre, madre, moglie, figli, eccetera,  non per noi stessi ma per se stessi, senza personale  attaccamento.  

Nel versetto trentaquattro del capitolo 10 di  Matteo Gesù dice: «Non crediate che sia venuto a  portare la pace sulla terra, ma la spada». La pace non è  l’inerzia, la vita del discepolo di Cristo è  combattimento continuo contro se stesso e contro tutti  i legami della carne e del sangue, contro le catene  dell’egoismo. Egli rinnova la vita, ma la rinnova  nell’urto coraggioso, nel coraggioso andare contro  corrente.  

Certo da quest’angolatura l’insegnamento di  Cristo è asociale. La società, in quanto tale, non  interessa a Cristo; ogni uomo è solo e deve portare se  stesso al Padre. Società indica compromesso, legami,  impedimento al raggiungimento del fine supremo che è  la perfetta rinuncia, che è in ultima analisi la morte  dell’uomo vecchio, dell’uomo nato dalla carne e dal  sangue; dell’uomo separato, separante e causa di  divisione. L’insegnamento di Cristo non concepisce un  ordinamento sociale, basato sulla carne e sul sangue,  che rende gli uomini ostili tra di loro, concepisce  l’ordinamento sociale basato sulla motivazione della  divina paternità, per cui, non la carne e il sangue, ma la  carità, e il misterioso amore divino, uniscono i cuori e  le coscienze in un’aspirazione comune.  

Chi amerà il padre, la madre, i figli più del  Cristo, non potrà uscire dal cerchio del sangue né adire  alla divina figliolanza. Questa trasformazione dei nostri  piccoli amori nell’amore universale dei figli di Dio  costituisce la croce sulla quale giorno per giorno il  discepolo dovrà salire per morirvi. I presupposti della  nuova coscienza che nasce con Cristo rendono  necessaria la rottura dei vincoli carnali e la sostanziale  mutazione del ritmo naturale dei nostri legami affettivi.  Il padre e la madre sono il passato, i figli sono il futuro;  ma per il figlio di Dio non esiste passato o futuro, non  esistono ricordi o speranze, ma un eterno presente, una  realtà immanente e partecipe a tutto il mistero divino  caratterizzano la coscienza cristiana.  

Il Padre che è nei cieli rende fratelli i figli che  sono sopra la terra. Non esiste il ricco o il povero, il  colto o l’ignorante, il buono o il cattivo, il libero o lo  schiavo: esiste l’Uomo ed esso è il figlio del Padre. Un  mondo nuovo, un ritmo nuovo, e, in questo mondo, in  questo ritmo, il padre, la madre, i figli secondo la carne  e il sangue, diventano essenzialmente fratelli in Dio,  nel Padre, l’unico Padre, l’unico principio e il fine  ultimo di tutto e di tutti.  

Certamente tutto ciò travolge ogni cosa,  rinnova ogni cosa. Sono infranti i vincoli della  corruzione, vengono spezzati i legami della  separatività, distrutti i limiti dell’odio, aperti i campi  infiniti dell’amore. Nella morte della carne, si assiste al  prodigio della nascita dello spirito; tutto ciò non può  avvenire senza lotta e senza strazio.  

Logico quindi che Cristo sia venuto a portare  la spada, logico che Egli sia geloso del possesso  assoluto del discepolo, logico che il discepolo che vuol  seguirlo porti, come Lui, la croce. 

Cristo dona se stesso, non trattiene  egoisticamente la sua vita, la dà; Egli si dona e prende,  si distrugge nel dono di sé e crea, come il pane che vien  mangiato, si distrugge e alimenta la vita. Egli ama e  vuole essere amato, esigenza assoluta di vita e di  bellezza, più del padre e della madre, più dei figli, oltre  la carne e il sangue, nello spirito; assoluto  nell’Assoluto, eterno nell’Eterno. 

Nella nuova coscienza di Cristo, nel  riconoscimento del Padre comune, nella religiosità del  Figlio, la separatività scompare, gli uomini svaniscono,  solo l’Uomo resta, i famigliari hanno la loro ragione  d’essere nella separatività, non nella coscienza di  essere tutti figli di un solo Padre, il cristiano che  rinnegherà la tradizione avita, che rifiuterà di  sacrificare alle apparenze, che, cercando la verità  suprema, rivelerà l’inganno delle menzogne dei sensi e  dei sentimenti, della personalità singola e della  personalità collettiva, verrà considerato un pessimo  membro della famiglia, un essere antisociale, un cattivo  patriota. Questa è la spada che Cristo ha portato, e  insieme la croce su cui deve salire chi vuol essere suo  discepolo.  

Nonostante questo al cristiano è richiesta una  virtù più che umana. Il cristiano è colui che ascolta la  parola di Dio e la mette in pratica; è colui che non è da  più del maestro, ma è perfetto come il Padre che è nei  cieli, che «manda la pioggia e fa spuntare il sole sul  giusto e sul peccatore». L’amore che trova nella  coscienza nuova di Cristo è un amore pieno e libero;  ama, non perché è amato ma perché l’amore è la natura  stessa di Dio; chi ama secondo la carne e il sangue non  fa nulla di diverso dalle altre creature; chi ama nella  nuova coscienza di Cristo, ama come il Padre sa amare.  Nel discepolo quindi è richiesta una forza d’animo  serena e ferma, che costituisce una vera investitura di  generosità. 

In questo cammino il cristiano è solo; difficile  è comprendere questa interiore solitudine, essa lo rende  un silenzioso e nascosto portatore della vera vita.  Inoltre il cristiano è sulla terra un orfano, nulla è sulla  terra di cui possa onestamente gloriarsi, tutto è per lui  riferibile al Padre celeste. Queste sono le indicazioni  della via silenziosa del discepolo e non è facile poterle  eseguire; per questo siamo sempre invitati a salire sulla  croce.

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