Domenica delle Palme e della Passione del Signore 

Anno A – [Ingr: Mt 21,1-11] Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14 – 27,66

L’UMILE CAVALCATURA 

Giovanni Vannucci, «L’umile cavalcatura», Domenica delle Palme e della Passione del Signore, Anno A: in Risveglio della coscienza,  1° ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 198 

«Ecco, il tuo re viene, mite, cavalcando  un’asina, seguita dal suo puledro» (Matteo 21,  5). Siamo soliti intendere l’ingresso di Cristo a  Gerusalemme, portato da un’asina, come un  gesto polemico verso i conquistatori, che su  ben altre cavalcature celebravano i loro  trionfi, e, insieme, come il segno del suo  pacifico imperio. Può darsi che queste  motivazioni dell’umile trionfo di Cristo siano  esaurienti, ma può anche darsi che i segni di  questo episodio accennino ad altro e a  qualcosa di più importante per noi. Per  comprendere l’insieme dei significati di  questo episodio, è necessario completare la  scarna narrazione dell’evangelista Matteo con  quegli elementi che sono nelle corrispondenti  relazioni degli altri evangelisti, soprattutto in  quella di Giovanni. 

Nel testo di Matteo 21, 1-11, Cristo entra in  Gerusalemme cavalcando un’asina; la folla  l’applaude e stende mantelli e rami di alberi e  grida: «Benedetto colui che viene nel nome  del Signore». Giovanni precisa che i rami  erano fronde di palma aggiunge un  particolare importante per la comprensione  dell’episodio: tra la folla erano presenti dei  greci, e a loro Cristo dice: «Se il chicco di  frumento non muore nella terra in cui è  caduto, rimane solo; ma se muore, gran frutto  esso reca. Chi ama la sua vita la perde, chi  odia la sua vita in questo mondo la conserva  per la vita senza fine […]. Io, quando verrò  innalzato come offerta sacrificale, trarrò tutto  a me». 

Queste parole, rivolte a dei greci,  richiamano una immagine tratta dalle  celebrazioni misteriche di Dioniso e Demetra. 

Il genere umano sorto dalle ceneri dei  Titani che avevano divorato Dioniso, risulta  

composto di due contrastanti elementi: uno  titanico, materiale e carnale, uno dionisiaco, divino. L’uomo vive un interiore contrasto tra  un elemento perituro e terreno, e un elemento  spirituale imperituro e celeste, l’uomo si sente  

figlio della terra e del cielo stellato. Da questa percezione, che opera nelle profondità della coscienza umana, sono sorte,  prima della venuta di Gesù Cristo, due forme  di religiosità: una che, considerando il corpo  come sepolcro dell’anima, ordinava la ricerca  dello spirito verso la separazione  dell’elemento superiore da quello inferiore,  dell’elemento divino da quello terrestre,  caotico. Questa via segue l’impulso  ascensionale della coscienza verso lo Spirito. L’ebraismo, religione del padre, cerca di  riordinare il caos della vita inferiore con  l’adempimento dei comandamenti divini,  della giustizia, delle volontà del Padre  supremo. 

Altre forme di religiosità hanno posto  l’accento sull’assoluto positivo dello spirito e  sull’assoluto negativo della materia,  stabilendo come meta suprema la separazione  dalle apparenze effimere della  manifestazione e la fusione dell’io singolo  personale nell’Io supremo e assoluto del  divino. 

L’altra forma di religiosità mette l’accento  sulla materia, sul fuoco creato e aspira a non  distaccarsi da esso mettendo da parte le  aspirazioni a una vita centrata sulla conquista  di un io cosciente e personale. 

La prima tendenza aspira  all’identificazione della coscienza individuale  con la coscienza assoluta del Dio supremo, o  mediante l’adempimento dei voleri  dell’Altissimo, ebraismo, o mediante la 

relativizzazione delle apparenze create e la  fusione con la coscienza assoluta del divino.  Nell’uno e nell’altro caso l’uomo si sente il  servo dell’Eterno, di fronte al quale abdica alla  propria volontà e alle proprie vedute. 

La seconda tendenza costituisce il  ripiegamento verso l’inerzia del creato: è la  pulsione fusionale che cerca la quiete nelle  strutture dalle quali un essere è formato e ove  può vivere un’esistenza non turbata da  mutamenti. 

Queste due tendenze sono state  raffigurate dalle immagini del “Grande  padre”, pulsione evolutiva e ascensionale, e  della “Grande madre, pulsione fusionale,  ricerca dell’omogeneità, dell’identificazione  nell’indistinto della natura, della massa, del  gruppo. Con Gesù Cristo appare la religione  del figlio, che non abolisce né la religione del  padre, né quella della madre, ma le trascende  nella superiore realtà del figlio, figlio appunto  del padre e della madre, del cielo e della terra,  della natura e dello spirito. La spinta  ascensionale si dilata e abbraccia le realtà  terrestri, la spinta orizzontale viene orientata  verso l’alto in un movimento non di  negazione ma di trasfigurazione della terra. 

E ora torniamo alle figure significative  dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme: l’asino,  il chicco di grano che muore e risorge, i rami  di palma. 

L’asino è l’animale collegato con le  divinità infere, Nairr.ti’ nell’India, Seth e  Tifone in Egitto, o della fertilità come Priapo e  Sileno; lo troviamo nel culto di Cerere e di  Vesta quale animale sacrificale. L’asino  cavalcato da Cristo ci riporta al culto della  “Grande madre” e a quelle espressioni 

del mistero cristiano che perpetuano, sia pure  sublimandoli, dei gesti e delle parole proprie  della religione della madre come: mangiare la  carne e bere il sangue della vittima. 

L’immagine del seme di grano che,  morendo, accresce la vita è collegata al culto  di Demetra, la dea della fecondità e  dell’iniziazione al mistero della vita. 

La palma, simbolo di vittoria e di  rigenerazione, lunare nelle sue foglie, solare  nei suoi frutti, unisce le due nature nel suo  midollo. 

Asino, chicco di grano, palma,  richiamando il mondo religioso della “Grande  madre, ci rivelano il significato dell’ingresso  del Figlio a Gerusalemme, la città del “Grande  padre”: esso costituisce il passaggio storico  dalla religione della paternità a quella della  fraternità, dalla legge del rigore alla legge  della misericordia, da una morale di  sottomissione a un’etica di liberazione; ed è in  questo passaggio che il Figlio modifica lo statuto della morte nel mondo, e, assumendo  volontariamente la propria morte, introduce  la comprensione della morte come  trasfigurazione, come morte della morte. 

La morale della misericordia subentrata  al rigore della religione del padre, anche se i  suoi effetti non sono stati sempre evidenti, ci  indica che il Dio della cristianità è insieme  padre e madre, e che arreca la salvezza agli  uomini e alle donne, forse più  particolarmente alle donne, perché è  l’animico femminile che è venuto a redimere  e a glorificare nell’umanità.

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