VII Domenica del Tempo Ordinario
Anno A – Lv 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48
LA PERFEZIONE INFINITA
Giovanni Vannucci O.S.M., in Risveglio della coscienza, ed. Servitium, Milano 1984-20192; “La perfezione infinita” Anno A
Incominciamo a leggere la pagina del Vangelo di Matteo 5, 38-48 dall’ultima frase, sintesi e compendio di tutto il discorso di Cristo: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». La perfezione è la pienezza della vita, la perfezione divina è la illimitata pienezza della vita di Dio. Vita totale, senza limiti, senza chiusure, neppure quelle che a noi, piccoli uomini, sembrano invalicabili. La pienezza della vita divina ama quelli che non la amano; fa splendere il suo sole sul campo del contadino buono e su quello del malvagio; dona con generosità illimitata a tutti gli esseri; non si oppone al male, continua a far risplendere la sua luce sulle tenebre finché non l’accolgono. Dio, il luminoso, è l’incondizionato e l’incondiziona bile, è l’indifferenziato e l’indifferenziabile. Il Maestro ci indica l’incondizionata e la indifferenziata essenza luminosa divina come la meta suprema del nostro cammino di credenti. Sì, siamo chiamati a realizzare quello stato di fusione completo e assoluto che culmina, sotto tutti gli aspetti e tutte le forme, nella realizzazione piena del nostro essere con l’Essere. Siamo chiamati a quello stato di non separazione dagli altri esseri, buoni e cattivi che siano, proprio del Padre, a essere come il Padre e non come uno dei suoi figli. L’amore di Cristo abbraccia i poveri, i derelitti, i minorati, i fanciulli, le donne sante e peccatrici, gli uomini giusti e i delinquenti, i rabbini, i saggi, i potenti; nel suo amore c’è soprattutto il cielo, l’infinito spettacolo della natura, sempre vecchio e sempre nuovo. L’infinito presente nella persona di Gesù si rivela nelle sue parole essenziali; non limita il cammino dei suoi seguaci in norme e precetti ben calibrati, ma nell’invito a seguirlo nell’amore più incondizionato e aperto del Padre: «Siate perfetti vivendo l’infinita vita del Padre». L’aspirazione di Cristo, se di aspirazione si può parlare, non è quella di creare una sua particolare impronta nell’umanità che lo ascolta, è la preoccupazione di creare nell’umanità stessa l’impronta del Padre comune, del Padre che è nei cieli. Egli non cerca discepoli, non vuole seguaci, non desidera gregari, non accetta sudditi, egli è fratello in mezzo ai fratelli, e vuole che tutti siano in lui figli del Padre celeste. Nello sforzo che ognuno deve compiere per adeguarsi all’infinita vita del Padre, siamo esortati a rinunciare a ogni interpretazione personale dell’infinito verso il quale siamo in cammino. Non il nostro universo è interessante, forse neppure l’universo dei nostri fratelli è interessante, ma è interessante solo l’universo, contemporaneamente trascendente e immanente, del Padre, di cui ognuno è, o ognuno deve divenire, una vivente manifestazione. Praticamente, la sostanza della rivelazione cristiana si attua nella negazione della personalità individuale nella coscienza filiale di dipendenza dal Padre celeste. In questa dipendenza filiale dal Padre celeste è implicito il compito di perfezione: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli». L’opera illuminatrice di Cristo è diretta ad aiutare gli uomini all’identificazione di questo principio semplice e assoluto: Dio non può essere nella coscienza umana finché l’uomo non è; e l’uomo non può essere se non accoglie, con tutto se stesso, l’infinita vita di Dio. Gesù parla del Padre suo che è nei cieli, ma afferma di essere il Figlio dell’uomo: allora l’uomo che vive la vita di Dio attua in sé l’idea madre dell’uomo che è in Dio. La posta in gioco è grave: o noi realizzeremo l’immagine di Dio che ci trascende, o finiremo col costruirci un Dio a nostra immagine e somiglianza. Se noi diveniamo, nella coscienza, immensi, riveleremo l’immenso mistero divino; se non siamo immensi, necessariamente il nostro Dio sarà limitato. Nell’intimo segreto della “buona novella” esiste una tremenda alternativa offerta all’umanità: o accettiamo e viviamo l’immagine divina in cui siamo creati, o ci creiamo Dio, che può essere la materia, la storia, eccetera, a immagine nostra. Alternativa che sfugge alla maggior parte degli uomini: è più facile adorare, pregare, innalzare altari e offrire sacrifici che non adeguarsi all’infinita perfezione di Dio. Ci raffiguriamo un Dio giusto, misericordioso, onnisciente, compassionevole. Se immaginiamo un Dio giusto, perché non siamo poi giusti? Se immaginiamo un Dio misericordioso, perché non siamo poi misericordiosi? Oggi ci preoccupiamo molto di insegnare, mentre Cristo si è preoccupato di una sola cosa: di come vivere l’insegnamento. Qualunque insegnamento che non sia fissato e provato dalla vita, non può essere definito giusto o ingiusto, buono o cattivo. Cristo si è preoccupato di vivere una vita che tutti, universalmente, gli uomini potessero vivere. Non vi è essere umano che non possa raggiungere l’infinita coscienza di Cristo. Non vi è uomo che non possa rifarsi a lui, e che non possa domandarsi che cosa avrebbe fatto Cristo al suo posto. Egli è semplice ed è, per questo, il più spaventoso modello per gli uomini che amano le complicazioni. Egli è l’Uomo, e noi possiamo crescere alla grandezza della sua coscienza, se in ogni momento della nostra vita, senza debolezze e senza deviazioni, cerchiamo di avere l’immensa perfezione del Padre. La responsabilità della coscienza umana è affidata alla grandezza di Dio, che si misura dalla grandezza dei credenti e non dagli ori degli altari. Per molti uomini Dio non è ancora, ma quando i credenti saranno perfetti come il Padre celeste è perfetto, quando saranno realmente uomini, figli dell’uomo e di Dio, allora l’Invisibile sarà visibile, Dio sarà tutto in tutti. Allora gli uomini non saranno più una speranza di uomo, ma ognuno sarà Uomo, nessuno dubiterà più, Dio sarà visibile nell’immensa coscienza degli uomini, identica a quella del Padre.