XV Domenica del Tempo Ordinario 

Anno C – Deuteronomio 30, 10-14; Colossesi 1, 15-20; Luca 10, 25-37 

LO STATUTO DELLA PROSSIMITÀ 

Giancarlo Bruni O.S.M., in Il suonatore di flauto, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte  (BG) pag. 138-140; 15.a del Tempo Ordinario, Anno C 

  1. Per lungo tempo il cammino dell’uomo è  stato sostenuto e orientato dal comandamento  dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo, un  codice mai teoricamente contestato al di là delle  relazioni concrete. Il nostro oggi, al contrario,  almeno in ampi settori, vive come normale una  duplice orfanità: «Dio è morto» (Friedrich  Nietzsche) e «Gli altri non sono per noi altro che  paesaggio» (Fernando Pessoa). «La morte del  prossimo» (Luigi Zoja) è un dato di fatto, e con  essa l’affievolirsi di una vicinanza custode e  l’espandersi di una distanza nell’indifferenza, nel  fastidio, nell’inimicizia e nell’incapacità di  rapporti viso a viso.
    Siamo al cospetto di un dato ovviamente da  non assolutizzare e nei confronti del quale a poco  servono lamentele, moralismi e rimpianti, ma  consapevolezza del capire, accompagnata dalla  responsabilità del conservare viva la memoria dei  legami di prossimità, espressione di un forte e  lucido sentimento di amore e di compassione.  Memoria che la liturgia domenicale puntualmente  risveglia attraverso l’ascolto della parola. 
  1. Parola che oggi è proclamazione della  radice su cui poggia l’essere umano e da cui  l’esistere umano trae direzione, davvero legge  all’uomo: «Ama Dio e il prossimo come te stesso  e erediterai la vita» (Luca 10, 25-28). Ama e sarai  te stesso come persona e come collettività.  Ciascuno è chiamato a scoprire la propria  ineffabile verità e a divenire progressivamente la  propria ineffabile verità, che rendono il giorno  dato a vivere bello e buono pur in mezzo alle tribolazioni. Tale verità è innanzitutto un dono, è  appunto legge data, e si articola in tre momenti:  «Sono amato da Dio dunque sono» (amor ergo sum); «amo dunque sono» (amo ergo sum); «sono  amato-amo dunque vivo» (amor-amo ergo vivo). Questa è la segreta verità dell’uomo: un  amato inviato ad amare chi lo ha generato e  coloro ai quali è mandato. Questa è la radice che  dà consistenza, direzione e sussistenza all’essere,  questo è vivere una vita vera che neppure la  morte può interrompere: l’amato che ama  l’attraversa ereditando l’eternità. Questo dice il  dialogo fra il dottore della legge e il Maestro  Gesù: nella legge, dono di Dio, è la risposta alla  domanda sulla via da intraprendere per arrivare a  una vita nel senso che non avrà mai fine. Non si danno al cammino dell’uomo altri  sentieri di vita che quello dell’amore: al di fuori  dell’amore non c’è salvezza (extra dilectionem  nulla salus). E Dio al mondo orfano di amore non  invia dita puntate contro, ma cuore e braccia  aperti, che risvegliano le coscienze alla memoria  che sono ancora possibili relazioni d’amore, che è  ancora possibile, personalmente e collettivamente, farsi prossimo a qualcuno  colmando il vuoto della distanza. 
  1. A questo si riferisce la parabola del  samaritano, che è la risposta di Gesù a una nuova  domanda del dottore della legge: «E chi è il mio  prossimo?» (Luca 10, 29). Domanda da un’unica  risposta: tuo prossimo è colui al quale tu decidi di  farti vicino, provocato dalla sua presenza ferita o  comunque invocante.
    Una prossimità con un preciso statuto  riassunto nel samaritano che è Dio, che è Cristo,  che è ciascuno: passare accanto, vedere, aver  compassione, farsi vicino, fasciare le ferite,  caricare sopra le proprie spalle e prendersi cura in  molteplicità di modi senza operare distinzioni; nel  caso, è uno scismatico samaritano che si prende cura di un ebreo, e senza pensare che vi possa  essere un oltre l’uomo ferito, neppure l’oltre della  ritualità religiosa.
    Cosa non compresa dal sacerdote e dal levita,  la creazione che geme interrompe ogni viaggio e  dà senso ultimo a ogni viaggio: camminare con  un cuore di compassione che rende veggenti e  attivamente vicini al dolore dell’uomo e del  mondo. «Va’ e anche tu fa lo stesso» (Luca 10,  37), e Dio e Cristo e la prossimità continueranno  a risorgere e a risvegliare nell’orfanità di un  mondo a cui farsi accanto nell’amore.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).