VI Domenica del Tempo Ordinario Anno C
LE BEATITUDINI
Estratto da “La vita senza fine” di Giovanni Vannucci – O.S.M.
Per la comprensione del Sermone delle Beatitudini, riportato in Luca 6, 20-26, ci è necessario aver presenti due cose: il procedimento letterario usato da Cristo nell’enunciazione del suo discorso fondamentale e, quindi, il suo particolare contenuto, confrontandolo con altri messaggi.
Il procedimento letterario usato da Cristo, è quello che potrebbe esser definito «a forma di scala», cosicché si possono fare due letture del testo: una dalle prime parole:
«Beati voi poveri…» per terminare con le ultime: «Guai a voi quando gli uomini diranno bene di voi»; l’altra cominciando da quest’ultima frase per terminare con la prima.
Nella Bibbia esistono vari esempi di questo procedimento: il “Decalogo” può essere
letto dalle prime parole: «Io sono il Signore Dio tuo» alle ultime: «Non desiderare», oppure si può partire dal: «Non desiderare» e ascendere, gradino per gradino, i vari precetti, per fermarsi all’ultimo: «Io sono il Signore Dio tuo»; la lettura del Padre nostro può essere fatta principiando dalla prima invocazione: «Padre che sei nei cieli» e finendo con l’ultima domanda: «Liberaci dal male», oppure la lettura può iniziare da quest’ultima fino alla prima.
Ambedue le letture sono giustificate: la prima è nella prospettiva dall’alto verso il basso; la seconda, invece, concerne l’uomo che decide di iniziare l’ascesa verso il culmine della scala che segna la perfetta maturità spirituale.
L’esperienza della unicità di Dio può esser fatta da chi comincia a spogliarsi dai desideri; l’incontro con il Padre dei cieli vien celebrato da chi inizia a liberarsi dal male, dall’egoismo, dalle tentazioni, eccetera. Così il brano di Luca, letto a rovescio, culmina nella beatitudine della povertà, che è l’acme dell’umana libertà, e per accedervi è necessario incominciare ad aver paura del plauso umano.
Ora una breve parola sul contenuto del discorso di Cristo; riuscirò a tracciarlo meglio ponendolo a confronto col Decalogo e con il Sermone di Benares del Buddha. Il Decalogo nei suoi enunciati si sofferma sul “fare”: onora, santifica, non desiderare; il Sermone del Buddha, enunciando le quattro nobili verità della sofferenza, dell’origine della sofferenza, dell’estinzione della sofferenza, del sentiero verso l’estinzione della sofferenza, addita la via della fuga dal mondo dell’impermanenza. Mosè insiste sul fare obbedienziale, il Buddha sul fare come fuga.
Cristo non insiste su ciò che i suoi seguaci debbano “fare”, ma su ciò che devono “essere”, per entrare nel Regno dei cieli. Prima di tutto il loro essere bisogna che sia differente, per una posizione liminale nei confronti del mondo in cui vivono: «Guai a voi se gli uomini parleranno bene di voi» (Luca 6, 26), perché sarete non gli annunciatori della Verità, ma falsi profeti che accarezzano la mediocrità umana per ottenere plauso e successo.
Cristo, come primo passo verso la povertà-libertà, esige l’interiore trasformazione dei discepoli, una mutazione qualitativa che li renda essenzialmente diversi dall’uomo ordinario che cerca la gioia della sazietà dei sensi, della ricchezza opulenta e sicura.
In questa novità di vita incontreranno l’odio, il bando, l’insulto, l’accusa di follia e di scelleratezza; la sorte di tutti gli uomini che hanno vissuto o vivono la follia divina di un alto ideale qualitativo: gli inventori, i martiri dell’intelligenza e della fede, quelli che la politica, laica o ecclesiastica, lascia morire o fa morire, per riconoscerli più tardi come apostoli della fraternità sociale o della libertà della coscienza, con abili manovre di recupero e di glorificazione monumentale.
La certezza di servire il Padre a loro basta, il loro sguardo è fisso sul Figlio dell’uomo che è andato verso di loro come amico, che dona loro tutto quello che ha ricevuto, e per mezzo del quale, possono dare tutto ai loro fratelli privi di coraggio. Lungo il cammino l’unico loro assillo è d’interrogarsi sulle qualità della loro personalità interiore. San Luca ne enumera tré: il pianto, la fame, la povertà.
Il pianto che nasce dalla partecipazione attiva e accorata all’infinito patire dell’uomo, degli oppressi, dei dimenticati, dei colpiti dalle ricorrenti ingiustizie dei sazi. Il pianto che sgorga dalla lotta personale per superare l’egoismo della materia che rifiuta di trasformarsi. Il pianto che apre la porta alla pace armoniosa che lo Spirito di Dio fa discendere nell’anima di chi è divenuto suo tempio.
La fame e la partecipazione al dramma degli affamati di fame fisica e degli affamati di vita vera e infinita. I poveri, gli ammalati, i randagi, gli abbandonati chiamano i discepoli con la loro fame, il loro bisogno di esser considerati uomini con gli stessi diritti alla vita di tutti. La fame dell’incolmabile assenza dell’infinita verità stimola i discepoli e li pone accanto a tutti quelli che hanno fame di una verità piena, che attendono e si consumano nel desiderio del banchetto immenso ove la loro fiducia non sarà delusa, ove le loro aspirazioni verso una vita umana più vera saranno esaudite, i dolorosi contrasti della coscienza saranno risolti, ove potranno saziarsi col pane vivo dell’Amore e col vino della Sapienza eterna.
Vivendo il pianto e la fame dell’uomo sono in grado di varcare l’ultima soglia del regno di Dio: la povertà-libertà, la spogliazione del troppo umano che era in loro. Il loro passo s’inoltra nella regione ove si sentono semplicemente creature in cui il visibile e l’invisibile, il terreno e il celestiale si ricompongono in unità. Sono schivi del plauso dei grandi, paventano l’amicizia della massa, pronti al compimento del volere divino, sensibili a una qualunque implorazione.
La povertà-libertà rende puri i loro sensi illuminandoli con la veniente luce delle ultime realtà. Non domandano amore, amano; sanno che il loro compito è di amare sempre, a costo di tutto e contro tutte le apparenze. Il loro cuore libero, nell’immenso ciclo dello Spirito, assume un ritmo universale, ama e non domanda le solite risposte della carne: contraccambio, riconoscenza, seguaci. Sono divenuti un pane sulla mensa di Dio e su quella dell’uomo, e attendono con gioia la consumazione nella vita.