XXIII TEMPO ORDINARIO 

Anno A – Ez 33,1.7-9; Sal 94; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20 

L’INFINITA COSCIENZA 

Giovanni Vannucci, «L’Infinita Coscienza» in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto  il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984;. 23a del tempo ordinario – Anno A; Pag. 159-161. 

Il brano evangelico di Matteo 18, 15-20  richiede, per una giusta lettura, che venga letto,  come diceva san Francesco, sine glossa, senza  alcuna griglia interpretativa o esegetica.  

Noi cattolici siamo, da quasi due millenni,  abituati a intendere questo testo attraverso una  prassi giudiziaria invalsa nella nostra Chiesa.  Quando un fratello, o un gruppo di fratelli,  seguono una via non corretta, per richiamarli sul  giusto sentiero la prassi vigente è quella di  ammonire il deviante, di avvertirlo di fronte ad  altri, infine di convocarlo davanti ai tribunali  ecclesiastici. I primi due momenti ordinariamente  vengono ignorati, la terza procedura non è sempre  correttamente cristiana. 

La procedura giudiziaria indicata da Gesù  Cristo alla sua assemblea termina con questa  norma: «Se il deviante non ascolterà l’assemblea,  consideralo come un pagano e un pubblicano». 

Per capire e applicare questa norma, in sé  vaga e ambigua – può, infatti, significare  l’espulsione dall’assemblea dell’imputato oppure  un comportamento che ci è necessario scoprire  nella vita di Gesù Cristo -, bisogna osservare il suo  atteggiamento di fronte ai pagani e ai pubblicani.  Una delle accuse ricorrenti degli avversari contro  Gesù Cristo è stata quella di andare a mangiare con  i peccatori e i pubblicani. «Perché il vostro maestro  mangia con i peccatori e i pubblicani?», chiedono  i Farisei ai discepoli; ad essi Cristo risponde: «Gli  ammalati hanno bisogno del medico, non i sani.  Sono venuto per i peccatori, non per i giusti»  (Matteo 9, 10-11). «Il Figlio dell’Uomo mangia e  beve ed è l’amico dei pubblicani e dei peccatori»  (ivi 11-14). 

Riguardo ai pagani basterebbe l’episodio  della Cananea – (commentato nella meditazione:  La grande fede) – per indicarci il rispetto e l’onestà  con cui Cristo li avvicinava. Di un soldato pagano  

dice: «Non ho trovato in Israele una fede tanto  vigorosa come la sua» (Matteo 8, 10). Sul  Calvario, il centurione e i soldati di guardia si  dicono, stupefatti da quanto avveniva attorno a  loro: «Costui è veramente Figlio di Dio» (Matteo  27, 54). 

Tenendo conto dell’umanissimo e nuovo  modo seguito da Gesù Cristo con i pagani e i  pubblicani, riusciamo a comprendere il senso della  norma finale della procedura processuale che ha  affidato alla cristianità: dialoga prima con l’eretico  e il peccatore; se non riesci, o non riuscite a  convincerlo, amalo con quell’amore preferenziale  che io ho avuto verso la pecorella smarrita e il  figliol prodigo. Altrimenti «i pubblicani e le  meretrici vi precederanno nel Regno» (Matteo 21,  31). Come il medico non scomunica né manda al  rogo il paziente affetto da malattia ribelle, così il  cristiano accresce il suo amore verso il fratello  aberrante in proporzione alla sua ribelle  pervicacia. 

La procedura processuale, tracciata dalle  essenziali indicazioni di Cristo, manifesta  chiaramente che i suoi discepoli non sono chiamati  a organizzare tribunali, ad accendere roghi o a  pronunciare solenni ostracismi, ma a intessere la  grande catena dell’amore universale, dell’amore  illimitato che attui nell’umana coscienza il grande  amore del Padre. Non i piccoli tribunali, non gli  ostracismi è venuto a portare agli uomini, Gesù  Cristo, ma un cuore misteriosamente vivo, che  palpita nel creato, e i cui battiti non sono compresi  da quelli che ne sono l’oggetto. 

Un amore che non vuole il giudizio, la  condanna, ma la misericordia; che non tollera le  durezze dei sempre risorgenti puritanesimi, ma  vuole cuori forti e ardenti in cammino per il  raggiungimento di una mente, di un amore sempre  più liberi e puri: liberi da chiusure, puri da istinti 

di potere. Amore più terribile della morte, più forte  della vita: a esso Egli ha immolato la sua essenza  divina, per esso si è annientato nella forma,  attuando la piena conoscenza dell’amore e del  dolore umano; per esso si è fatto tenebra per  comprenderla e redimerla; è passato primo per la  strada di tutti ed è rimasto sulla strada ad attendere  tutti, anche quelli che in suo nome innalzano  tribunali e scagliano condanne. 

Amore di Cristo, amore forte e combattivo,  generoso e pronto; amore obbediente, servizievole  e leale; amore che non rende deboli, ma fa forti i  deboli; amore sincero che rende sinceri perché  fuori di ogni egoicità e che esige la pienezza del  contraccambio. Solo un Dio poteva portare sulla  terra questo amore e, solo un Dio, poteva esigerne  il contraccambio, rendendo la fragile natura umana  capace di tanto. Gesù Cristo è venuto a rivelarci il  «mistero da secoli velato»: Dio è amore, amore  cosciente e appassionato, coscienza infinita e  amore infinito, e insieme ci ha rivelato che la  nostra piccola coscienza, il nostro limitato amore  possono fiorire e dilatarsi nell’infinita coscienza e  amore divini. 

Tenendo presente questa rivelazione  dell’infinita coscienza-amore divina alla quale  siamo chiamati, le parole «tutto quello che  legherete sopra la terra sarà legato nel cielo, tutto  quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto  anche nel cielo», acquistano il loro luminoso e  sconvolgente significato.  

Ciò che ciascuno di noi avrà tenuto legato,  ostacolato, incatenato in una coscienza, sarà  legato, ostacolato, incatenato nella universale  coscienza-amore; qualunque cosa ciascuno di noi  farà per sciogliere, liberare, svincolare una  coscienza, sarà compiuto nella coscienza-amore  universale. Questo è l’unico senso che possiamo  dare a queste parole di Cristo, che si è identificato  con gli ultimi degli uomini e perfino con i prodotti  della terra, con il pane suo corpo, con il vino suo  sangue. 

Non è un potere giudiziario che viene  conferito da queste parole ai credenti, ma la  rivelazione dell’unicità della coscienza-amore, e  della responsabilità che ognuno di noi ha di fronte  a essa: di liberarla, amando al di là di tutte le nostre  durezze egoistiche; di ritardarne la manifestazione,  amando male e limitatamente. Quando due o tre  sono uniti in questa coscienza-amore, nel nome,  nella sostanza di Gesù, diverranno onnipotenti  cooperatori di Dio, perché la nuova coscienza di  Cristo è in loro. 

E più gradita al Signore la danza gioiosa di  un popolo, che non il giudizio e la condanna di un  peccatore.

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