XXVI TEMPO ORDINARIO 

Anno A – Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32 

I DUE FIGLI 

Giovanni Vannucci, «I due figli» in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte  (BG) ed. CENS, Milano 1984; 26a del tempo ordinario – Anno A; Pag. 168-170. 

La parabola dei due figli, quello che dice di  voler andare a lavorare nella vigna e poi non va, e  l’altro che si rifiuta ma poi si reca al lavoro (cfr.  Matteo 21, 28-32), sconvolge tutte le nostre  valutazioni morali, e ci fa comprendere che i criteri  che sostengono la morale del regno di Dio sono ben  differenti da quelli che reggono le nostre piccole  morali umane. Cristo accresce il nostro stupore con  le parole conclusive di questa parabola: «I  pubblicani e le prostitute vanno innanzi a voi nel  regno di Dio» (Matteo 21, 31). 

Non lasciamoci giocare dalla solita scappatoia,  che da tempo usiamo per non essere presi di petto  da queste sconvolgenti parole, e che ce le fa  intendere come rivolte agli «increduli» Ebrei. 

Esse sono rivolte a chi non ha compiuto il passo  necessario per seguire Cristo: il cambiamento di  mente, di valutazione della vita non più misurata  con criteri umani, ma vista e interpretata con gli  occhi nuovi dell’uomo che ha capovolto le sue  misurazioni consuete in quelle divine. 

Il più ricorrente cambiamento di mente di noi  cristiani è quello di seguire le consuetudini della  nostra Chiesa così per abitudine, come qualcosa che  accompagna le nostre azioni ordinarie,  aggiungendovi la consolazione di essere in pace con  Dio. 

Come quel vecchio frate che, finendo la recita  giornaliera dell’ufficio divino, del breviario,  ripeteva: «Ora sono in pace con Dio!». I pubblicani  e le meretrici andranno avanti a noi nel regno di Dio,  se continueremo a esser soddisfatti di questa  consolante conversione che poi è quella del primo  figlio. 

Negli scritti di quel gran santo indiano che è  stato Sri Ramakrishna, c’è una bellissima storia di  un asceta; la riferisco sembrandomi il migliore  commento alle parole conclusive di Cristo. 

. «Viveva, nelle vicinanze di un tempio, un  asceta. Davanti alla sua casupola c’era la capanna  di una donna di facili costumi. Ogni giorno  l’asceta vedeva uomini entrare e uscire da lei, ne  era molto rattristato. Un giorno si fece coraggio e,  chiamata la donna, le disse: “Peccatrice! giorno e  notte stai peccando, cosa farai quando arriverà la  morte?”. Queste parole toccarono il cuore della  donna, pianse sulla sua sorte e cominciò a pregare  Dio; angosciata, ripeteva: “Mio Dio, salvami dai  peccati”. Ogni giorno pregava Dio, ma non  avendo mezzi per vivere, continuò il suo mestiere.  Notte e giorno pregava: “Signore, salvami! Tu sai  che non ho altri mezzi per vivere, così continuo  nella mia vita sbagliata!”. L’asceta, dal canto suo,  diceva, scuotendo la testa: “Inutile è stato il mio  ammonimento, lei non deve continuare nei suoi  traffici, cercherò di contare gli uomini che vanno  da lei!”. Per farne il conto usò dei ciottoli. Mano a  mano che i giorni passavano, il mucchio dei  ciottoli cresceva. Un giorno l’asceta chiamò di  nuovo la donna e, mostrandole il mucchio, le  disse: “Guarda questo mucchio di sassi, è l’esatta  misura dei tuoi peccati. Non tenendo conto del mio  primo ammonimento, hai continuato nelle tue  male azioni. Il mucchio di ciottoli ti indica la  massa di tormenti che ti attende!”. Vedendo il  monticello di sassi, la donna fu presa da tremiti e,  piangendo, tornò alla sua casupola. Non potendo  sopportare il suo dolore, principiò a gridare: “O  Signore Krishna, prendimi con te, liberami dai  miei peccati. Prendi, se credi, la mia vita!”. Così  gridando, cadde al suolo priva di sensi. Dio ebbe  pietà della donna, la notte stessa la tolse dal  mondo. In quella notte morì anche l’asceta, la sua  vita abbandonò il corpo. Scandalo degli scandali!  I messaggeri della morte trascinarono l’anima  dell’asceta all’inferno; l’anima della peccatrice  pentita, invece, ascese nel cielo del Supremo Dio.  L’asceta vide l’anima della meretrice mentre  saliva al cielo e gridò: “Tu, meretrice! Com’è che  te ne stai andando in cielo? Hai commesso un gran  numero di peccati; il grosso mucchio di ciottoli ne  è la testimonianza! Io, invece, fui un puro asceta,  mai commisi peccato. Ora, Dio mi manda 

all’inferno e trasporta te in paradiso; certamente  Dio non conosce la legge!”. I messaggeri di Dio  pacificarono l’asceta col dirgli: “Uomo, non  t’agitare; Dio non è incerto nella sua sapienza. La  tua vita è stata una continua ostentazione di te  stesso, l’abito d’asceta ti dava fama e teatralità!  Guarda laggiù sulla terra il tuo corpo, sì, fu  veramente puro! La gente lo sta ricoprendo di  fiori, e salmodiando lo conduce alla sepoltura. Il  corpo sta ricevendo il suo premio, l’anima tua va  all’inferno. Il corpo di questa peccatrice è  scarnificato dagli avvoltoi, nessuno pensa a lui.  Lei aveva l’anima pura, e la portiamo alla presenza  di Dio. Quando tu ti impicciasti nei suoi peccati,  la loro impurità è venuta su di te. Il suo cuore,  cercando rifugio in Dio, e piangendo i propri  peccati, si liberò da ogni macchia; mentre tu, che  ti sei messo a contare i peccati della donna, te li sei  tirati addosso!”». 

Così avviene nell’umanità, ci sono uomini che  rifiutano l’obbedienza con la bocca, ma non col  cuore; altri dicono di sì, con molto rispetto, poi non  si curano della promessa fatta. I peccatori e le  meretrici saranno, per virtù del pentimento e lo  strazio di esperienze, infinitamente superiori a chi  nulla mai provò e in nulla si distinse. 

Molti credono che basti non fare il male, ma  non facendo il bene, fanno già il male; se non si  opera, altri opereranno per noi, e non come  vorremmo noi. In un creato perennemente in  opera, trasformante perennemente se stesso, non è  lecito ad alcuno lasciarsi vivere. Tutti devono  vivere in proprio, anche e specialmente se vivere è  soffrire; anche peccare è soffrire. 

Ecco perché i pubblicani e le meretrici  potranno, nel regno di Dio, precedere i pigri  discepoli che stanno lontani dalla colpa, non per  avversione e orrore, ma per evitare di faticare, di  soffrire. Meglio la protesta del figlio ribelle seguita  dall’obbedienza per amore, che non il tiepido  ossequio di chi dice e non fa. Dio non ama  l’ossequio verbale: «Non chi dice: Signore,  Signore, ma chi ascolta la parola di Dio e la mette  in pratica avrà parte nel Regno».

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