I Domenica di Avvento 

Anno C – Geremia 33, 14-16; 1Tessalonicesi 3, 12-4, 2; Luca 21, 25-28.34-36 

IL RISVEGLIO DELL’ATTESA 

Giancarlo Bruni O.S.M., in Il suonatore di flauto, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte  (BG) pag.9-11; 1.a di Avvento, Anno C 

1. L’“avvento”, nell’esperienza cristiana, è  attesa dell’“evento” apportatore della grande  “novità” dei nuovi cieli e di una terra nuova  (2Pietro 3, 13; Apocalisse 21, 1-5) oltre  l’ingiustizia, il dolore e la morte. Attesa legata  alla venuta gloriosa di Colui che, come canta il  Prefazio primo dell’avvento, è già venuto nella  debolezza della carne e continua a venire, nascosto in una pagina, in un pane e in un  povero, a rinnovare il volto dell’uomo e della  storia. Egli, il preannunciato dai profeti, il  generato da Maria e l’indicato dal Battista. 

Avvento è pertanto il tempo del risveglio  della coscienza ecclesiale al chi e al che cosa  attendiamo; è nascita di una singolare figura di  umanità, i cui tratti iniziano a essere delineati  dalla prima e dalla terza lettura di questo inizio  di avvento. 

2. Il primo brano, introdotto tardivamente  nell’opera di Geremia e debitore del pensiero di  Zaccaria (Zaccaria 4, 1-4; 6,9-14), esprime bene  il concetto di “avvento” nella tradizione ebraica, riassumibile nei princìpi della realtà, della  speranza e dell’attesa. Il “non-avvento”, vale a  dire la delusione per il mancato “esodo in loco” dall’ingiustizia e dalla non-pace – lo sfondo è  dato da Giuda e da Gerusalemme al tempo di  Zorobabele – è chiamato dalla voce della  profezia a convertirsi in speranza, aprendo il  presente all’attesa di un «germoglio giusto» in  cui le «promesse di bene» di Dio diverranno sì  (2Corinzi 1, 20) e Gerusalemme, rivestita della  sua giustizia, «sarà chiamata: Signore-nostra giustizia», sua adempiuta icona. 

L’identico dinamismo lo ritroviamo nel  brano evangelico lucano, una iniziazione a come  abitare il tempo della catastrofe storica e  cosmica, ultima e penultima: in piedi e con uno  sguardo verso l’alto, resi capaci di cogliere  l’oltre della distruzione, il Veniente e la sua  liberazione attesi in una vigilanza orante e  leggera, non appesantiti e non distratti dal  fardello della cattiva relazione con la tavola, con  il sesso, con l’avere, con il potere e con il  sapere. 

3. L’attualità di questo discorso si impone  da sola nel tempo, almeno in parte, della  «dittatura del presente», recisa la radice dei  racconti di senso del passato e orfani della  speranza del futuro (M. Augé). La lezione della  liturgia è evidente ed è un invito a divenire  “umanità dell’avvento” nei giorni del “non  avvento”: umanità del no al così stanno le cose, umanità del sì al così saranno le cose secondo la  promessa, e umanità del coraggio nella  tribolazione, il coraggio del divenire già ora  segni del nuovo visibile in uomini, donne e  relazioni secondo la parola che ascoltano e il  pane che mangiano. 

Questo non privare la terra della possibilità  dell’«evento» di cose altre, è amarla. Ma è  davvero così o, come scrive Teilhard de  Chardin, «saremo costretti ad ammettere che  non attendiamo più niente. È assolutamente  necessario ravvivare la fiamma» del desiderio  del Veniente già ora, a dare forma all’uomo  nuovo e alla nuova creazione nell’attesa sveglia  della sua piena fioritura.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).