XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 

Anno B – Amos 7, 12-15; Efesini 1, 3-14; Marco 6, 7-13 

LO STATUTO DELL’ITINERANTE 

Giancarlo Bruni O.S.M., in Buona cosa è il sale, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte  (BG) pag. 146-148; 15.a Domenica del T.O. – Anno B 

1. Il Gesù itinerante che «percorreva i villaggi  d’intorno, insegnando» (Marco 6, 6), è l’icona  fondativa ed esemplare del fenomeno  dell’itineranza in nome del vangelo da sempre  presente in forme diversificate nella storia della  chiesa. E, come riferiscono i sinottici (cf. Matteo 10;  Luca 9, 1-6.10; 10, 1-20; Marco 6, 7-13.30), ne detta  altresì lo statuto, più precisamente uno scheletro  orientativo di fondo da cui non è dato prescindere.  E ciò a riguardo dei dodici a cui fa riferimento la  pagina evangelica, dei settantadue (cf. Luca 10, 1) e  in prospettiva di ogni discepolo essendo tutti  «stranieri e pellegrini» (1Pietro 2, 11), tutti soggetti  di una chiesa itinerante. 

2. Statuto, limitatamente al racconto di Marco da  leggersi in parallelo con la narrazione della  istituzione dei dodici (cf. Marco 3, 13-15), che può  essere suddiviso in puntuali paragrafi: la chiamata,  la condivisione, l’invio, le regole e la sorte. «Chiamò  a sé i dodici» (Marco 6, 7). I chiamati «perché  stessero con lui» (Marco 3, 14) ora lo sono per  essere inviati da lui. Siamo al cuore del vocabolario  dell’esperienza cristiana la cui origine risiede  sempre nella libera decisione di Cristo. A differenza  dell’allievo ebreo e greco, liberi di scegliersi  maestro e scuola e questo per un tempo  determinato, quello necessario ad apprendere  saggezze e tecniche di studio, il discepolo di Gesù è  scelto da Gesù: «Non voi avete scelto me, ma io ho  scelto voi» (Giovanni 15, 16), una scelta per sempre,  che per i dodici diventa anche coabitazione fisica. 

Una chiamata, dunque, a stare con lui resi da lui  partecipi del suo progetto; una condivisione la cui  origine al pari della chiamata risiede unicamente  nella libera decisione di Cristo. L’oggetto di tale  condivisione è l’incunearsi del regno di Dio nel  regno della malattia psico-fisica in termini di  guarigione, è il farsi spazio dell’amore di Dio nella  mente e nel corpo feriti dell’uomo restituendoli alla  loro integrità (cf. Marco 6, 7.13). A questo i dodici vengono iniziati (cf. Marco 3, 14; 4, 10-13.33-34) in  vista di un preciso compito: il divenirne l’annuncio  accompagnato dalle opere di guarigione, attraverso una cura consueta a quel tempo, l’unzione di olio  (cf. Marco 6, 12-13). All’istruzione segue infatti  l’invio: «E prese a mandarli a due a due» (Marco 6,  7), in obbedienza alla tradizione legale giudaica che  la testimonianza resa da due o tre acquista  maggiore credibilità. 

Da sottolineare che anche l’invio risiede sempre  e solo nella libera decisione di Cristo. Non si danno  protagonismi. Un invio nella forza: «Diede loro il  potere sugli spiriti immondi» (Marco 6, 7), anche la  potenza sul male è purissimo dono. E un invio  soggetto a una serie di regole che riflettono un  mondo rurale e viaggi in spazi geografici limitati;  diverse saranno le esigenze del cittadino del mondo  Paolo, chiare tuttavia nel delineare alcuni tratti  fondamentali degli itineranti del vangelo. Ricchi  solo di esso e liberi dall’affanno dell’avere (cf.  Marco 6, 8-10); leggeri di cose e di se stessi, a  precisare che centrali non sono il testimone e i suoi  mezzi, ma il messaggio, e sempre attenti a  sgomberare il campo dal grande equivoco del fare  per interesse economico. In definitiva si tratta di  uno stile gioiosamente rigoroso, finalizzato a  rimarcare la priorità assoluta del vangelo.  Statuto, infine, il cui ultimo paragrafo riguarda la  condivisione della stessa sorte di non accoglienza e  di non ascolto successa a Gesù (cf. Marco 6, 11).  L’invio non include il successo garantito e Gesù  raccomanda il non accanimento: «Andatevene»,  altri villaggi vi aspettano, è tempo perso insistere  con chi al momento ha pregiudizialmente deciso di  chiudere orecchi e porta. Lo “scuotere la polvere”  poi era un gesto praticato dagli ebrei quando,  rientrando da un territorio pagano, mettevano  piede nella «terra santa, e stava a significare che ci  si voleva separare completamente dal mondo  impuro e incredulo» (Lambiasi). Qui vuole  dichiarare la non corresponsabilità di un rifiuto.

3. La pagina evangelica è rivolta ai dodici e parla  a noi di noi, creature incontrate da un Tu che, se  accolto, è in grado di mutare il nostro camminare  costituendoci itineranti dotati di un singolare  statuto. Lo statuto del dono, leggibile nell’essere  gratuitamente chiamati, istruiti, inviati, orientati,  non assicurati. Evento di purissima grazia. Lo  statuto della buona notizia, leggibile nell’essere, il  tramite attraverso cui il Tu continua a sanare anime  e corpi devastati e a raccontare un Dio che sta  preparando cose nuove, mai viste prima. Lo statuto  dello stile, la bellezza della povertà. Poveri di sé, di  cose, di potere e di organizzazione come condizione  per far trasparire immediatamente la bontà del van gelo. Diversamente imprigionato e con la missione  ridotta a propaganda. Con i suoi sponsor ovviamente.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).