II Domenica di Avvento

Anno B – Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mt 1,1-8. 

GLI INIZI DI UNA BUONA NOTIZIA 

Giancarlo Bruni O.S.M., in Buona cosa è il sale, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte  (BG) pag. 14-16; 1.a di Avvento, Anno B 

  1. Avvento è venuta di un Tu al cui nome, al cui  segreto e significato introduce il Vangelo di  Marco, uno scritto con lo scopo appunto di far  pervenire i lettori all’identificazione di Gesù: «Ma  voi, chi dite che io sia?» (Marco 8, 29), «Per voi,  chi sono io?». Domanda la cui risposta, che  ritroveremo sulla bocca di Pietro: «Tu sei il  Cristo» (Marco 8, 29) e del centurione: «Davvero  quest’uomo era Figlio di Dio» (Marco 15, 39), è  riassunta nel versetto primo dell’intero Vangelo: 

«Inizio [o principio] del vangelo di Gesù, Cristo,  Figlio di Dio» (Marco 1, 1). Un versetto-prologo  che innanzitutto significa: inizio della buona  notizia da parte di Gesù, il quale è il Cristo o  Messia atteso, il quale è il Figlio di Dio. Buona  notizia il cui contenuto verrà esplicitato più avanti,  il regno di Dio (cf. Marco 1, 14-15), così come la  vera portata dei titoli Cristo e Figlio di Dio sarà  data dal seguito della narrazione. Il lettore deve  sapere subito che Gesù è il messia e figlio inviato  a liberare il suo popolo e il mondo, ma dovrà  apprendere cammin facendo di quale messianicità filialità si tratti e di quale liberazione. Mentre in  Giovanni il prologo è la chiave di lettura  dell’intero Vangelo, in Marco è il vangelo la  chiave di lettura di un prologo a cui, accanto al  senso principale: inizio della buona notizia da  parte di Gesù, se ne è poi aggiunto un secondo:  buona notizia che è Gesù. L’annunciatore della  vicinanza escatologica di Dio è la vicinanza  escatologica di Dio all’opera, ultima e perfetta. 

Si tratta da parte nostra di acquisizione di una  consapevolezza: l’atteso che viene a noi nascosto  nel vangelo è a noi portatore di un messaggio  buono e gioioso da parte di Dio. È lui stesso questo  messaggio. Ieri, oggi e domani (cf. Ebrei 13, 8).  L’evangelista richiama i suoi lettori-uditori  all’urgenza del sapere chi sia colui che parla e che  cosa egli dica, una uscita dalla ignoranza  attraverso un racconto scarno, denso e  volutamente paradossale, tale cioè da provocare  domande per un ingresso sempre più profondo e  vero nella conoscenza di Gesù e del suo vangelo  da cui dipendono la verità e la qualità della vita dei  discepoli. 

  1. Racconto di Gesù e su Gesù il cui principio è  fatto risalire a Giovanni il battezzatore (cf. Marco 1,  2-8), riassunto della voce profetica (cf. Malachia 3,  1; Isaia 40, 3) e della grande tradizione legata  all’esperienza esodica del deserto (cf. Esodo 13,  17-15, 22), il quale, attraverso la lettura-ascolto, si  rende contemporaneo nei panni del profeta, il  mantello (cf. Zaccaria 13, 4) e la cintura ai fianchi  che rimanda a Elia (cf. 2Re 1, 8), mentre cavallette  e miele erano uno dei cibi classici degli abitanti del  deserto (cf. Marco 1, 6). Profeta che compare nel  deserto a battezzare e a predicare, un battesimo che  riguarda tutti e che non si discosta dai rituali di  purificazione del giudaismo del primo secolo,  comunque inscindibile dall’esortazione alla  conversione al Dio dei padri e alla sua via di  diritto, di giustizia e di pace. Un’opera che Marco 

legge in termini di preparazione all’incontro con il  Signore che sta per venire. In Giovanni, infatti, viene ricapitolata la vocazione di Israele, il suo  essere precursore, messaggero, voce e preparatore  (cf. Marco 1, 2-3) al liberatore di nome Gesù, forse  un discepolo del Battista come può far intendere  l’espressione «dopo di me» (Marco 1, 7) che vuole  anche dire “dietro a me”. Quel Gesù che  cronologicamente verrà dopo il Battista (cf. Marco 

1, 14), quel Gesù forse ascoltatore attento del  Battista nel deserto, di fatto è proclamato dal  Battista «più forte di lui» e «battezzatore in Spirito  santo» (Marco 1, 7- 8). Gesù è il grande atteso (cf.  Marco 1, 3.7) venuto a colmare la grande attesa, il  dono ultimo e perfetto di Dio all’uomo,  escatologico, il cui nome è Spirito santo.  L’annuncio di Giovanni è posto: Gesù è il Messia  inviato a donare lo Spirito di Dio, un unico per un  compito unico dinanzi al quale egli si sente meno  che un servo, il cui compito consisteva nel togliere  i sandali al padrone e lavargli i piedi (cf. Marco 1,  7). Da notare, per inciso, la paradossalità del  racconto: Gesù il più forte appare come discepolo  del più debole, così come, facendosi battezzare dal  Battista, apparirà peccatore colui che la voce  proclamerà Figlio di Dio. 

  1. Al principio del Vangelo di Marco vi è dunque  una figura di nome Giovanni tramite il quale la  buona notizia di nome Gesù viene incontro e si  consegna a chi ha sete di lui, del suo messaggio e  del suo Spirito. Affermazioni scarne il cui senso si  dischiuderà pagina dopo pagina. In questa ottica  Giovanni può essere assunto non solo come icona  di Israele, ma altresì della chiesa nel suo compito  di precursore, di messaggero, di voce e di  testimone di un Nome, di un messaggio e di uno  Spirito che, ove non disattesi, danno inizio a un  mondo in cui il demone dai molti nomi, che  impedisce all’uomo e alla creazione di essere cosa  bella e buona, viene cacciato fuori (cf. Marco 3,  14-15; 15, 15-20), e in cui il Dio all’uomo e alla  creazione viene vicino come non mai (cf. Marco 1,  14-15). E che cosa questo significhi apparirà  sempre più chiaro cammin facendo.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose. Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).