XXIX TEMPO ORDINARIO
Anno A – Is 45,1.4-6; Sal 95; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21
DIO e CESARE

Giovanni Vannucci, «Dio e Cesare» in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; 29a domenica del tempo ordinario – Anno A; Pag. 177-179.
Una deputazione di Farisei e Sadducei propose a Gesù il seguente quesito: «Si deve o non si deve pagare il tributo a Cesare?». Odiosissimo era agli Ebrei il tributo che Roma esigeva. Nel porre la domanda i Farisei agivano con sottile perfidia: se Gesù avesse risposto di sì, si sarebbe reso impopolare agli Ebrei; se avesse risposto di no, sarebbe stato considerato dai Romani un ribelle, fomentatore di disordini. Gesù rispose chiedendo una moneta del tributo. Gli Erodiani gliela porsero, Gesù domandò loro: «Di chi è l’effigie e l’iscrizione sulla moneta?». Risposero: «Di Cesare». Allora Egli disse loro: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Matteo 22, 15-21). Udita la risposta se ne andarono meravigliati; Gesù aveva sventato l’inganno da par suo e aveva stabilito una massima eterna della vita dell’uomo nel creato.
Pagare il tributo a Cesare, che valore ha agli occhi di un essere spirituale? Nella vita terrena, quanti Cesari l’anima è destinata a incontrare? E ognuno esige un tributo che è giusto pagare. Dare a Cesare quel che è di Cesare, alla materia quello che è della materia, allo spirito quello che è dello spirito. Purtroppo, spesso, con il pretesto di rifiutare il tributo a Cesare, ci si esime di pagarlo anche a Dio, oppure con farisaica ipocrisia, sotto pretesto di servire lo spirito, ci si rifiuta di adempiere anche i più sacri doveri verso la materia.
Doveri verso la materia? Sì. È tempo che ci si decida ad accettare la verità dell’essere: o si accetta il principio di un Dio creatore di ogni cosa, che a ogni cosa ha dato una legge e indicato un compito, e allora vedremo la materia non come qualcosa di abietto, ma come uno dei modi di essere del Creato, e vedremo nelle leggi della materia l’indirizzo supremo della mente di Dio. Oppure lo si rifiuta, e allora la creazione ci apparirà frutto di un misterioso caso e di una ancora più misteriosa necessità. E l’uomo,
separato dal Creatore della materia, diviene schiavo delle leggi della creazione, perde il senso della sua presenza d’immagine divina nel Creato. Separato dal Creatore, chiuso nel suo io esistenziale, l’uomo non è più, esiste; cerca dolorosamente il paradiso perduto attraverso programmi utopici. Come sul denaro del tributo romano era impressa la testa di Cesare, così sulla moneta della forma materiale è impresso il segno augusto del Creatore della forma, della sostanza, l’impronta del Verbo di Dio, senza il quale: «Nulla sarebbe stato di ciò che è» (Giovanni 1, 3).
Abituiamoci a venerare, nella materia, la presenza dello Spirito divino e a veder come tutto sia buono. Il male non è nella materia, è nel cattivo uso della stessa. Aderire alle leggi della materia è aderire all’essenza stessa della volontà dello Spirito, cioè pagare a Cesare il tributo di Cesare e dare a Dio quello che è di Dio. Vivere nella legge, aderendo coscientemente alla legge, è pagare questo nobile tributo; ma vivere nella legge vuol dire esserne pienamente consapevoli, vuol dire conoscere bene di chi sia la testa impressa sulla moneta. Forse per comprendere pienamente le parole di Cristo ci è necessario abolire una falsa evidenza che da millenni portiamo incisa nella nostra mente: il dualismo tra Creatore e creatura, tra Spirito e materia.
Dare a Dio ciò che è di Dio, significa ricollegare il Creato con il suo principio, vedere nella materia la veste sensibile e palpabile di Dio, sentire la materia come la parte che integra, esprimendolo, il mistero divino. Andando fino in fondo al comando di dare a Dio ciò che è di Dio, possiamo arrivare all’idea-realtà che tutto il creato, il mio corpo vivente e quello dei miliardi di esseri che in questo istante esistono, sono la manifestazione visibile del mistero dei misteri, la parte integrante e necessaria perché esso venga disvelato. Cercare di comprendere il mistero delle cose create, scoprirne le leggi per rispettarle nella loro verità intima,
significa vivere il proprio servizio religioso che è quello di ricollegare, nella nostra coscienza, il visibile con l’invisibile, la materia con lo spirito.
Lo spirito è l’interiore delle cose, la forma ne costituisce l’esteriore. Interiore ed esteriore non hanno un senso spaziale, si tratta di un guscio che è legato al mistero della manifestazione e di una midolla che conduce al nucleo vivente delle creature. Il guscio appartiene all’esteriore, la midolla all’interiore, o anche il primo appartiene al basso, la seconda all’alto.
L’uomo che è consapevole dell’impronta divina nelle cose distingue l’interiore dall’esteriore; l’uomo, che ignora il mistero velato ed espresso nelle cose, rimuove l’interiore dall’esteriore, rimanendo esclusivamente nell’esteriore giunge al non-senso della vita che, a forza di essere troppo umana, diventa disumana.
L’uomo, che non dà a Dio quel che è di Dio, vive nell’esteriorità, soggetto in mezzo ad oggetti con i quali comunica con coscienza dualista: io e gli altri; il suo pensiero è sempre condizionato dall’esteriorità delle cose, esteriorità che sente essere il loro tutto.
L’uomo, che dà a Dio ciò che è di Dio, trasforma il rapporto con le cose da esteriore in interiore: esse cessano di essere degli oggetti e diventano soggetti di comunione, di scambio di vita, di mutua e gioiosa conoscenza, perché nell’intimo di ognuno c’è Dio. Nel piano interiore la materia torna a essere energia, l’uomo, conformemente al suo grado di partecipazione al mistero divino, irradia le energie divine.
Riportare il nostro corpo a Dio, attraverso l’obbedienza alle leggi che ne regolano l’esistenza, ci aiuterà a comprendere il senso della presenza fisica dell’uomo nell’universo: riverberare nel Creato il mondo divino.