XXIV TEMPO ORDINARIO
Anno A – Sir 27,30 – 28,7, NV 27,33 – 28,9; Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35
Il PERDONO
Giovanni Vannucci, «Il Perdono» in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984;. 24a del tempo ordinario – Anno A; Pag. 162-164.
La parabola descritta in Matteo 18, 21-35 è una parabola violenta, destinata a scuotere il nostro torpore di persone perbene.
La parabola ci pone davanti alla nostra realtà ultima, che vorremmo ignorare ma che sentiamo, con inquietudine, essere in noi, nonostante le maschere che indefessamente ci mettiamo per ignorare e ignorarci. Siamo tutti debitori del Padre che ci ha dato la vita e continuamente ce la dona, perché vuole che anche noi siamo portatori di vita, sempre e instancabil mente.
Ogni uomo è un debitore di fronte a Dio: come potremo pagare i debiti se non cercando di armonizzare le nostre pesanti vibrazioni con quelle dell’infinita misericordia divina? Di fronte al debitore il re ha “compassione, comprensione, dedizione”, annulla i debiti e ristabilisce con lui l’armonioso corso della vita.
Costui, ravvivato dall’onda misericordiosa di Dio, avrebbe dovuto continuarla nel mondo dei suoi fratelli, ma non lo fa e cade sotto lo scettro della rigorosa giustizia divina.
La nostra ascesa umana, la nostra liberazione dalle disarmonie dell’egoismo deve condurci alla conquista interiore di questi quattro stati: compassione per tutte le creature; comprensione di tutte le creature; dedizione a tutte le creature; tre momenti che, vissuti con generosità, ci apriranno la via al quarto stato: la vera adorazione di Dio.
Compassione significa sentire insieme, con tutte le creature, con il verme e con l’angelo, con il fiorellino e la stella, con il criminale e il santo. Quando parliamo di compassione l’intendiamo sotto un aspetto pietistico, e questo ha introdotto delle gravi storture nella nostra religiosità. Nella compassione non c’è soltanto l’aspetto pietistico, ma anche quello gaudioso. Se sento le pene del cane randagio, devo sentire la gioia dello stesso
cane al quale ho trovato un rifugio. Compatire, essere dello stesso páthos, dello stesso sentire, significa effettivamente vivere, chi non sente-con, non vive. Il re sente con il servo debitore, sente come suo il di lui sgomento. Avendo compassione, comprende; comprendendo dimentica di essere il creditore e si dona all’altro perché ritrovi la sua pace. Chi vibra dello stesso páthos non può non comprendere, chi comprende non può non donarsi, così vive la Vita solo colui che si devolve alla Vita, non a un piccolo settore della Vita ma a tutte le sue manifestazioni.
Compassione è “sentire insieme”: abbiamo mille ragioni per sentire insieme.
Comprensione è “prendere con noi”, invece siamo più disposti a farci prendere da qualcuno e meno portati a prendere qualcuno con noi. Il servo debitore è felice di essere compreso dal re, ma rifiuta di prendere con sé il collega che gli doveva pochi spiccioli.
Compassione significa sentire insieme, aver comprensione, e quando si ha compassione e comprensione si ha dedizione, si diviene dediti a una determinata armonia e si è, quindi, parte di questa armonia.
Nel grande ordine dell’Universo, l’armonia è legge imperativa e categorica. Dov’è armonia ivi è pace, quiete, riposo; ove non è armonia, ivi c’è la ricerca della stessa, cioè attrito, lotta, fatica. «Il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto». L’uomo cosciente deve cercare di mettersi nel piano armonico, dominando la propria personalità egoica così da portarla a risuonare in alto, mentre essa risuonerebbe tanto volentieri in basso.
Il re, compatendo, comprendendo, intervenendo serenamente nell’annullamento del debito, agisce armoniosamente; il servo, che non compatisce, non comprende, non condona al suo collega, è fuori della grande Legge che tutto
ricompone nell’armonia e ne subisce le conseguenze: «Lo mise in mano agli aguzzini finché non avesse restituito il dovuto».
Di fronte ai debitori come deve comportarsi il cristiano che vuol seguire l’indicazione di questa parabola? Perdonando settanta volte sette al giorno, dice Cristo a Pietro, che aveva pensato di esser generoso portando a sette volte il massimo della tolleranza.
Ma cos’è perdonare? Il perdono non è il gesto col quale dimostriamo la nostra superiorità morale a chi ci ha offeso, esso è compassione, comprensione, dedizione. Queste tre qualità ci pongono in uno stato di non aggressione, di non violenza nella ricerca di una comprensione non sterile. Può sembrare alle prime un suggerimento di passività assoluta, in realtà costituisce la via dell’attività intelligente che non ci lascia travolgere dagli avvenimenti e, comprendendoli, ne coglie l’essenza intima.
Quando ci troviamo di fronte alla malattia, possiamo avere due atteggiamenti: o la curiamo o non la curiamo. Ma vi è il terzo atteggiamento col quale ne indaghiamo le cause profonde e interveniamo con intelligente fermezza su di esse.
Prendiamo un caso di debitori nel contesto sociale italiano, gli uomini delle Brigate Rosse. Li possiamo dichiarare folli, criminali, sovversivi; facendo così ci comportiamo come il servo perdonato col suo collega.
Prendiamo invece la via delle tre qualità indicate, cominciamo col compassionarli, col vivere in noi la loro passione, ne capiremo le cause, i moventi, vedremo le innumerevoli violenze cui sono stati costretti dalla famiglia, dalla scuola, dalla società, e – perché aver paura di dirlo? – dalla Chiesa. Scopriremo quanta violenza è in noi e di quanto siamo responsabili nella generazione delle Brigate Rosse. Comprenderemo quello che dobbiamo fare e ci doneremo con tutto l’essere a farlo: estinguere in noi e fuori di noi la violenza.
Dio ha un’infinita compassione delle sue creature, in essa tutti e tutto sono compresi: il santo, il criminale, il verme tagliato in due dalla vanga. Quest’infinita vibrazione divina, che in se
stessa tutto forgia, tutto comprende, tutto trasporta, è comprensiva e donatrice, non passiva ma operosa.
Realizzando questo stato mentale in cui si vive questa compassione divina, comprensiva e donatrice, possiamo giungere al concetto di adorare, cioè di voler essere presi da quest’onda, amando infinitamente quest’onda che, a sua volta, ci ama; questa è l’adorazione in spirito e verità, è l’adorazione del Creatore che non è mai avulso dalla creazione, ma sofferente e gaudente nella creazione, per cui tutto e tutti sono in lui e lui è tutto in tutti. Cesseremo di perdonare perché divenuti noi stessi perdono, cesseremo di amare perché divenuti noi stessi amore, cesseremo di donare perché divenuti noi stessi dono!