XV TEMPO ORDINARIO 

Anno A – Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23 

I QUATTRO TERRENI 

Giovanni Vannucci, «I quattro terreni», 15a domenica del tempo ordinario, Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 131-133. 

Prima di cercare di capire la parabola del  seminatore, narrata in Matteo 13, 1-23, sono necessarie  alcune delucidazioni sopra i suoi vocaboli chiave: Gesù  da una barca parla alla folla, che l’ascolta sulla riva del  mare; parla in parabole; parla di un seme gettato nel  terreno, di quattro specie di terreno; nella spiegazione  che dà della parabola il seme è identificato all’uomo  che ascolta o non ascolta. 

«Gesù salì su una barca vicino alla riva del  mare, e alla folla rimasta sulla spiaggia parlò in  parabole». Questa descrizione, oltre al suo significato  storico, ha un senso psicologico. Il mare, nel linguaggio  metaforico dei Vangeli, indica qualcosa di diverso dalla  terra: in questa premessa al discorso in parabole, esso  indica che Cristo sta parlando di cose che non  appartengono all’ordinaria comprensione dell’uomo,  ma di realtà che a prima vista sono oscure a un  intendimento basato sui dati dei sensi. 

Che Egli parli da un altro livello è indicato  dalla sua collocazione sulla barca nel mare. Le varie  categorie delle idee dipendono dai differenti livelli di  comprensione; essi, nel naturale linguaggio dei sensi,  vengono raffigurati in vari modi: con i monti, in quanto  distinti dalla pianura – il discorso della Montagna, per  esempio -, oppure col mare, in quanto è altra cosa che  la terra. Così, in questo discorso. Gesù, rivolgendo la  parola a una folla che è sulla spiaggia, indica che sta  parlando da un livello di coscienza differente da quello  dell’uomo ordinario. 

«Egli parlava loro in parabole»; la parabola è il  supporto che unisce un’immagine presa dalla vita  ordinaria, dal livello sensibile – il seminatore e le  vicende del seme sparso in differenti terreni -, con un  significato che appartiene a un livello superiore.  L’uomo vive fisicamente sulla terra, illuminato e  nutrito dalle energie del sole; psicologicamente e  mentalmente vive illuminato e nutrito da una luce che  viene dall’alto, luce più necessaria e meravigliosa di  quella del sole sensibile. Nella misura in cui l’uomo  ascende nella conoscenza, si radica sempre di più in  questa luce, sicché si può affermare che è essa a guidare  l’uomo alla vera e piena conoscenza. 

La parabola è perciò un linguaggio che, usando  i termini forniti dall’esperienza dei sensi, allude a un  superiore livello di significato. Per comprenderne il  messaggio non è sufficiente fermarsi all’immagine  sensibile o letterale, alla percezione esteriore, ma è  necessario raggiungere una percezione interiore. Gli  antichi pensavano che l’uomo fosse il ponte, il  collegamento tra la terra e il cielo. Tenendo presente  questa immagine possiamo comprendere le parabole; la  loro differente comprensione rivela la varietà del nostro  personale livello nella scala dell’essere; esiste uno  stretto rapporto tra il seme e le qualità del nostro  personale terreno, per questo le parabole di Gesù non  sono dei temi di predicazione ma delle interrogazioni  severe che ci vengono rivolte. 

Il seme viene sparso nel mondo a larghe mani,  la parola viene comunicata a tutti, cade lungo le strade  dove trova due consumatori: gli uccelli e il maligno. Gli  uccelli, gli spiriti leggeri e incostanti, gli uomini  superficiali che vanno errando qua e là, che cercano  senza trovare e non si danno pensiero di ciò che per  caso possiedono: a essi il Regno è predicato in pura  perdita. Però, come gli uccelli che cibandosi di un seme  lo trasportano in terre lontane, sono l’occasione della  propagazione della parola loro malgrado e con il loro  inconsapevole ausilio. Quanti deridendo una dottrina  l’hanno resa familiare e hanno attirato l’attenzione di  chi l’avrebbe vissuta! 

L’altro consumatore del seme sparso sulla  strada è il maligno; egli assume un nutrimento atto a  distruggerlo o a mutarne l’intrinseca natura. 

Quindi c’è il terreno sassoso, l’uomo che si  rallegra alla parola di verità, ma dal godimento  all’attuazione della parola il passo è difficile. La parola  del Regno è una bella cosa, purché non disturbi, non  ostacoli il piccolo regno che ognuno si costruisce m  questo mondo. Se bastasse solo credere, tutti  crederebbero! Ma è necessario operare, scomodarci e  scomodare, capovolgere la comoda morale corrente in  nome di una morale nuova ed eccezionalmente  scomoda. Chi è privo di carattere, chi ha qualcosa da  difendere non può portare la parola alla fruttificazione.

II seme cade in mezzo alle spine, il seme divino  è forte per natura, né aborre alcun luogo, ovunque può  attecchire e germinare; né gli importa se non giungerà  a maturazione. 

Il seme cade infine sul terreno buono, ove dà  un frutto di differente abbondanza. La parola del Regno  frutta il cento per uno negli spiriti liberi, pronti,  generosi, incuranti di se stessi, capaci di cercare la  giustizia del regno di Dio con tutte le loro energie,  pronti a rinunciare a se stessi, a staccarsi da ogni terreno  vincolo o desiderio. 

Vi sono poi gli uomini di buona volontà che  cercano di fare del loro meglio per aderire alle leggi  divine; per essi Dio sarà sempre Dio, un ottimo  padrone, ma mai un Padre. Dio resta per loro il grande  estraneo; la loro personalità conosce un solo modo di  annientamento: l’umiliazione, non la trasfigurazione di  se stessa. L’amore che si innalza come allodola nel  cielo non è per loro, sono uccelli di gabbia, non d’aria,  essi danno il sessanta per cento. 

Vi sono infine gli spiriti aridi ma onesti,  obbedienti per natura; seguono la parola del Regno non  per amore, non per timore, ma per rigido dovere;  donano se stessi, ma senza ardore, senza entusiasmo:  essi rendono il trenta per cento del seme loro affidato. 

Nell’economia dell’universo la creazione si  ribella all’inutilità, la divina giustizia separa se stessa  da ciò che l’ha respinta; non si tratta di dannazione,  perché Dio creatore del tempo e principio dell’eternità  non disperde né l’uno né l’altra in vendette. 

Da saggio coltivatore distrugge quanto non ha  risposto, dirà a ognuno di noi: «Ho seminato in te il mio  seme perché germinasse, tu non l’hai fatto, imputa a te  stesso il tuo danno. Creandoti libero ho sostituito  l’istinto del bruto con l’intelligente ragione, l’impulso  con la chiaroveggente volontà, la legge ferrea di causa  ed effetto con l’intuitivo amore. Tu cosa ne hai fatto?  Sia fatta la tua, non la mia volontà». 

A nessuno è chiesto più di quanto può dare, ma  a tutti è chiesto di dare quanto possono dare.

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