IV Domenica di Pasqua  

Anno A – At 2,14a.36-41; Sal 22; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10 

LA PORTA e la VOCE 

Giovanni Vannucci, «La porta e la voce», 4a domenica di Pasqua, Anno A; in Risveglio della coscienza, Centro studi ecumenici  Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 72-74 

Due espressioni, nella pagina del Vangelo di  Giovanni (10,1-10), colpiscono la nostra  attenzione. La prima è la porta: «Io sono la  porta»; la seconda è la voce: «Le pecore  ascoltano la sua voce». La porta è l’apertura  che segna il passaggio tra due spazi distinti;  varcare una porta, anche della più umile casa,  costituisce qualcosa di grave e di solenne per  uno spirito sensibile: attraversando una  soglia, abbandona il suo consueto ambiente  ed entra in un altro differente. 

Questa è la più elementare esperienza che  sta alla base delle parole di Cristo, e di tutto il  simbolismo della “porta2. La porta separa e  unisce due ambienti, due spazi, due  gradualità dell’essere, due matrici, due mondi 

distinti da strutture fisiche, psicologiche,  mentali.  

Il varcare la soglia costituisce il passaggio  da un modo d’essere a un altro;  nell’esperienza religiosa le varie iniziazioni,  che accompagnano le tappe della crescita  fisica e psicologica dei credenti, sono vissute  come il varco da un modo d’essere a un altro;  la soglia presenta quel carattere di angoscia,  di timore sacro che segna la linea di  demarcazione tra un mondo conosciuto e  quello sconosciuto che si apre al di là del  limite. Giacobbe, dopo l’esperienza della  sacralità del luogo ove aveva avuto il sogno  iniziatico, esclama: «Questo luogo è  tremendo, qui c’è la dimora di Dio e la porta  del cielo» (Genesi 28,17).  

L’aspetto angoscioso della porta, come  ingresso in uno spazio differente, viene  manifestato nel grande portale che introduce  negli edifici sacri attorniato da “guardiani  della soglia”, draghi, leoni, sfingi, personaggi  divini o semi-divini.  

Questi pochi accenni al simbolo della porta  ci aiutano a comprendere il significato della  

parola di Gesù che leggiamo nel Vangelo: «Io  sono la porta, il pastore vero passa per la  porta; il prezzolato e il ladro entrano  nell’ovile attraverso altre aperture». 

«Io sono la porta», il punto di passaggio da  uno stato di coscienza vecchio e conosciuto, a  un altro nuovo e sperimentabile.  

Cerchiamo, avanti di aggiungere altro, di  comprendere il contenuto dell’affermazione  di Cristo: le porte dei templi, i riti di passaggio  costruiti e ordinati dall’uomo sono dei  simboli, palpabili e misurabili, di un altro  itinerario che la coscienza compie dentro il  gesto, l’immagine esteriore; itinerario che  sfocia in una mutazione qualitativa  dell’anima, dell’interiorità. 

Le porte e i riti sono dei segni di qualcosa  che si compie nell’intimo della personalità che  varca la soglia dello spazio nuovo. Le  strutture architettoniche, le azioni rituali  perdono ogni valore quando si viene a vivere  il contenuto qualitativo del nuovo spazio. La  frase: «Io sono la porta» può venire  interpretata: Io sono la soglia che separa la  vecchia coscienza dalla nuova, il significato di  tutte le iniziazioni che altro non sono se non  riti, cerimonie, costruzioni, dita puntate verso  la novità, segni di un significato da scoprire.  Io invece sono il significante e il significato, la  forma e il contenuto, la materia e lo spirito. Le  antiche porte sono tarlate, «quelli che sono  venuti prima di me ormai sono ladri e  briganti, la loro voce non risveglia le  coscienze mature per la novità».  

Cristo è la porta e l’ovile; l’iniziazione e la  nuova vita che essa trasmette; è il pane che  dona la vita, non il cesto che lo contiene; è il  pane ed è la vita; è la via che conduce alla  verità ed è insieme la verità consegnata agli  iniziati; è la luce del “santo dei santi”, che ha  dilacerato ogni velame. Luce offerta senza 

interruzione, Luce che accoglie chiunque ne  senta il richiamo e deliberatamente lo segua. Questo rapporto diretto tra la singola  coscienza e il Pastore è necessario venga  vissuto con intensa generosità da ogni  credente, se vogliamo che tutta la Chiesa  ritrovi la vita, la Chiesa interiore e quella  esteriore, se vogliamo che le porte iniziatiche,  le parole di passo, i riti che introducono nella  novità perdano la loro pesantezza e siano  trasfigurati nella luce del vero e unico  iniziatore. 

Il passaggio dalla porta che è l’«Io sono» di  Cristo fa fiorire Cristo nell’anima e fa  ascendere l’anima, la personalità di ognuno,  nel suo io vero, che è Cristo, «Non io vivo, ma  Cristo vive», Cristo che è il vero io di ognuno  di noi, è il vero io di tutti gli io

Con l’«Io sono la porta» le antiche porte  cadono, la verità liberatrice dilegua le  corposità dei moralismi dogmatici, la ricerca  personale della luce mette in seconda linea  ogni preoccupazione pastorale e sociale;  l’offerta di se stessi a Cristo perché ci unisca a  sé ci rende fermi, senza timore di orgoglio, in  questo pellegrinaggio verso la nostra  deificazione, che ci renderà certi della nostra  nascita nella nuova coscienza di Cristo e nella  quale sperimenteremo che Cristo è Dio per  noi e noi per Dio. 

Fino alla novità sbocciata con  l’Incarnazione, morte e risurrezione della  Parola eterna, i templi erano i depositari dei  segreti e delle verità nascoste sotto i simboli,  il velo copriva il “santo dei santi”, solo agli  iniziati veniva, dopo opportuna ascesi,  dischiuso.  

Con la venuta di Cristo la verità diventa il  pane e il vino di tutta l’umanità: è data a tutti  perché tutti ne traggano il necessario alimento  alla loro ascesa personale. Il velo è squarciato.  Dio entra nel cuore degli uomini, lo Spirito  discende nella carne degli uomini. E ciascun  uomo è capace di prender coscienza di essere  stato pensato ed espresso da una parola  irripetibile e singolare, parola pronunciata dal  Verbo nell’eternità, parola che il Verbo  incarnato ripete nel tempo entro il cuore di  ogni pecorella: «Le pecore riconoscono la sua  voce». Parola che rende la persona umana più  grande delle stelle del cielo, più gloriosa di  tutte le leggi unificatrici e ordinatrici del  cosmo. 

Prendere coscienza del nostro io divino,  dell’io divino di ogni nostro fratello, significa  varcare la porta iniziatica che è Cristo, essere  assunti dalla sua grazia trasfiguratrice,  rispondere personalmente al nome col quale  da tutta l’eternità ci chiama, nascere la  seconda volta. Il motivo della nostra tragedia,  della nostra disarmonia, è il non volerci  riconoscere in Lui, il seguire la voce della  nostra personalità separata, invece di quella  del Buon Pastore che passa per la “porta” che  è Cristo.

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