V Domenica di Quaresima 

Anno A – Ez 37,12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45 

LA RISURREZIONE E LA VITA 

Giovanni Vannucci, «La Risurrezione e la Vita», II domenica di Quaresima, Anno A: in Risveglio della coscienza, 1° ed. Centro studi ecumenici  Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 198 

Il punto centrale del brano di Giovanni 11, 1-45  non è tanto il ritorno alla vita di Lazzaro morto,  quanto le parole rivolte da Cristo a Marta: «Io sono  la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se  morto, vivrà». Il miracolo della rivivificazione del  corpo fisico del morto è un corollario, una verifica  delle parole di Cristo, nulla di più; non possiamo fondarvi la prova della natura divina del Maestro:  essa può essere oggetto di fede solo in colui che ne  sperimenta la risurrezione e la vita. 

Cosa sono la risurrezione e la vita? Cosa  significa credere in Cristo, cosa vogliono dire la  morte e la vita di chi in lui crede? 

Prima di tentare una risposta a questi  interrogativi, esaminiamo le figure dell’episodio  della risurrezione di Lazzaro. Mentre Gesù era con i  discepoli in una località oltre il Giordano, gli fu  recata la notizia dell’infermità del suo amico  Lazzaro. Egli fa questo commento: «Questa  infermità non è perché Lazzaro muoia, ma perché  in essa e per essa venga manifestato il mistero del  potere infinito di Dio». 

Dopo due giorni dalla notizia, Gesù decide di  recarsi da Lazzaro. I discepoli gli ricordano il  pericolo che per lui e per loro c’era nel tornare nella  Giudea, ove l’attendevano gli oppositori. La  risposta di Gesù è simile a quella che diede ai  discepoli a proposito del cieco nato: «La mia  giornata non è ancora terminata, ed è necessario  che io agisca; la mia luce, finché sono sulla terra, è  necessario che risplenda […]. Lazzaro è morto. Io ne  godo per voi, perché vi sarà rivelato che Dio, e io in  lui, siamo la vita». Tommaso segue Cristo dicendo:  «Andiamo a morire con lui!». 

A Betania Gesù trova Lazzaro già da quattro  giorni sepolto; Marta, la fede impulsiva e attiva, gli  va incontro, e la sua fede, ancora legata alle  credenze del suo popolo, afferma di credere alla  risurrezione che avverrà nell’ultimo giorno, quando  gli scheletri usciranno dai sepolcri e si rivestiranno  di nuovo di carne. Gesù la richiama alla novità 

risurrezionale che lui era venuto a portare  all’uomo: «La risurrezione e la vita sono io: chi  accoglie e vive questa novità, anche se morto, vivrà,  e se è vivo, non morrà». Marta si risveglia alla  novità di Cristo e dice: «Credo che tu sei il portatore  del nuovo tempo divino, che tu sei il Figlio di Dio». 

Marta, la fede attiva, corre a casa dalla sorella  Maria, la fede sicura e silenziosa che aspetta, e le  dice: «Gesù ti ha chiamato». Maria balza in piedi e  corre da Gesù, con lei si muovono i giudei che le  stavano vicino. Davanti al gruppo guidato da Maria  Gesù esplode in uno scatto d’ira, vede davanti a sé  una donna che crede e ama e una folla di saccenti,  attaccati alle vecchie visioni religiose, che dubita e  si oppone: «Non avrebbe potuto fare che Lazzaro  non morisse?». Fa rimuovere la pietra dal sepolcro  e grida: «Lazzaro, esci! […] E colui che era morto  uscì». 

Molti dei giudei presenti credettero, alcuni di  essi, invece, andarono ad avvertire i farisei della  nuova provocazione compiuta da Gesù. 

Il quadro si presenta in tal maniera come la  teofania di Gesù, portatore di risurrezione e di vita:  Lazzaro morto ne ascolta e riconosce la voce che lo  chiamava alla vita; i giudei e i farisei, vivi, non  odono tale voce; la medesima voce, che  disseppellisce Lazzaro, seppellisce i farisei, vivi,  nella loro sordità. 

«Io sono la risurrezione e la vita»: cos’è la  risurrezione? Cos’è la vita? Sono due termini che si  oppongono alla morte come suo superamento, la  risurrezione, o come sua negazione, la vita; oppure  essi ci aiutano a una comprensione più accurata e  profonda delle realtà della vita che tutti stiamo  vivendo? 

La vita non potrebbe essere senza la morte,  come la luce non è senza l’ombra; la vita è  un’implacabile successione di morte e risurrezione.  La pianta cresce, fiorisce, produce frutti, appassisce  e muore depositando in terra il seme che  riprenderà il ciclo vitale. Il fiore è insieme la morte 

della gemma e la risurrezione di questa in una più  affascinante forma. Il ciclo della vita di ogni vivente  è un’incessante successione di vita-morte risurrezione. La vita è permanente, le forme sono  periture ed effimere. A questa visione concreta ci  richiama Cristo. 

Nel contesto, egli sottolinea l’aspetto  psicologico, mentale della vita-morte-risurrezione.  I farisei sono paralizzati dalle loro vedute  dogmatiche, dai loro sistemi di pensiero; ora la vita  è sempre nuova, non ha né passato, né futuro, è  indipendente dal tempo e dallo spazio. 

Gesù portava il tempo nuovo, non poteva esser  compreso da menti solidificate in sistemi di  pensiero «lo sono la risurrezione e la vita. Io sono  la vita in tutte le morti, e la morte in tutte le vite».  E il rinnovatore della coscienza, della volontà, del  pensiero, dell’azione. Il grande disturbatore che ci  tormenta e ci spinge all’ascesa, che si nasconde  nella coscienza per renderci inquieti. Pone la sua  mano nel frutto che vorremmo consumare,  vietandocene l’accesso. Frappone la sua carne  piagata tra noi e il tormento che ci agita il sangue.  

Mette il peso della sua croce tra noi e l’oro, tra noi  e l’avidità e la superbia. 

Senza la sua presenza stimolatrice – è questo il  senso di «lo sono la risurrezione e la vita» – l’umanità più non sarebbe, né sarebbe mai stata. «Io sono la risurrezione e la vita» significa che  l’opera redentrice di Cristo è immanente, è  continua, e consiste nel redimere, rinnovare,  rendere liberi gli schiavi; nel trasformare gli  incoscienti in persone coscienti, i deboli in forti, i  miseri in uomini felici, i malati in creature sane. La  sua via è la croce; su di essa sale chi ha gettato la  sua natura corrotta e corruttrice; di essa è degno  chi, in purezza e pazienza, sopporta il destino  dell’uomo, chi sa che la cenere del tempo ricopre i  troni, eguaglia le piramidi alla tomba dello schiavo,  il cui nome fu noto solo alla madre. 

La polvere del tempo non si è posata sulle  croci, la loro luce ha abbreviato le tappe d’ascesa  dell’uomo. Il tempo della croce non è finito, perché  non tutti sentono che Cristo è la risurrezione e la  vita.

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