Epifania del Signore 

Anno A – Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3.5-6; Mt 2,1-12 

Giovanni Vannucci O.S.M., in Risveglio della coscienza, ed. Servitium, Milano 1984-20192; Epifania del Signore, Anno A 

Ecco, vennero i magi dall’oriente a Gerusalemme  dicendo: «Abbiamo visto la stella del re dei giudei  e siamo venuti per adorarlo [.]». Entrati nella casa  videro il Fanciullo con Maria sua madre; prostrati  lo adorarono, offrendo in dono oro, incenso e  mirra (Matteo 2, 1-12).  Il giorno dell’adorazione dei magi è  designato dalla liturgia con il termine  “epifania”, cioè manifestazione della  grandezza e del potere di Gesù a tutte le  popolazioni della terra.  I doni offerti dai magi al Fanciullo ne  rivelano la natura: l’oro è l’offerta in onore dei  re; l’incenso il dono al sacerdote; la mirra,  sostanza per l’imbalsamazione, il dono alla  vittima sacrificale.  Il Fanciullo è il re e la sorgente del potere  esercitato in nome della verità di Dio; è il  sacerdote e la fonte del sacerdozio conforme  al pensiero di Dio; è la vittima che sacrifica se  stessa per rendere possibile, nella dura era  attuale, l’accesso alla verità.  Nella sua nascita il Figlio di Dio è apparso in  una porzione di terra non profanata da mano  d’uomo, lo squallore della grotta è stata la  condizione richiesta perché potesse  comunicare con tutte le creature in perfetta  libertà e immunità di privilegi. Questo fatto  rivela la sovranità assoluta di Gesù: il suo  potere regale non è la conclusione di ambiziosi  sogni di potenza, il risultato di abili maneggi  delle masse e delle loro oscure brame, ma è il  servizio umile, incondizionato, silenzioso e  fattivo di un amore per la verità e la vera  grandezza dell’uomo.  Nel Fanciullo venerato dai magi, come re, è  già in atto quell’insegnamento che un giorno  definirà la statura del “buon pastore” che  «conosce le sue pecorelle e da esse è  conosciuto perché dà per loro la sua vita»  (Giovanni 10, 11).  Il Fanciullo venerato dai magi è anche il  sacerdote, l’origine e il compimento del vero  sacerdozio, la cui missione è di ricongiungere la  terra e il cielo attraverso il dono di sé e il  servizio. La mancanza di ogni privilegio, la  nudità più semplice, la libertà da qualunque  casta terrena che poteva essere rappresentata  anche dall’aprirsi di una casa per accogliere la  Vergine partoriente, sono le ali che fanno  volare nell’alto, nella sua opera mediatrice, il  sacerdozio vero.  Anche qui l’essere prevale sull’avere. E da Cristo nasce non una casta sacerdotale  avida di poteri e di privilegi terreni, ma un  ordine nuovo di creature che in lui ritrovano la  perduta armonia dell’amore e del servizio  silenzioso e fedele, perché ogni uomo,  dall’umile e spoglia presenza del sacerdote  cristiano, sia condotto a vedere in se stesso,  senza violenze e senza imposizioni, la luce del  Signore.  Il Fanciullo è anche la vittima intatta,  immolata nel punto più cruciale dell’era in cui  viviamo. La nostra era è l’era della forza bruta  e spietata, i suoi sentieri sono segnati dalle  vittime che si sono immolate per aprire un  varco alla speranza e alla verità nel cuore  dell’uomo. L’unica via possibile per ritrovare il  collegamento tra il cielo e la terra, tra il nostro  io chiuso nelle valve dell’egoismo e l’io divino  aperto nell’infinito cielo è il sacrificio.  E il sacrificio cruento è il diadema del vero  re, la corona sacra del vero sacerdote.  Questo intuirono i semplici cuori dei saggi  venuti a Betlem dall’oriente, per venerare colui  che compiva la loro conoscenza e la loro  speranza, ed era il fiore sbocciato dall’attesa  religiosa dell’uomo.

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