V Domenica del Tempo Ordinario Anno C
PIETRO, VA’ AL LARGO!
Estratto da “La vita senza fine” di Giovanni Vannucci – O.S.M.
Gesù disse a Simon Pietro: «Va’ al largo e cala le reti per la pesca». Pietro rispose:
«Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». E prese un’enorme quantità di pesce, sicché le reti si rompevano! (Luca 5, 4-6).
I tempi sono maturi per una più vasta apertura dell’umana coscienza; e Cristo dice a Pietro, oggi, e a tutta la chiesa di Pietro: «Andate al largo». E tutti i fedeli sono esortati a prender coscienza degli impedimenti, delle paure che li tengono ancorati alla riva.
Pietro, guardando alla notte trascorsa in un inutile lavoro, dice: «Non abbiamo preso nulla!»; poi si riscuote alle parole che lo spingono a riprendere il mare, dimentica il passato, e nell’avvenire, cui va incontro fiducioso, trova la gioia del lavoro fruttuoso.
Il largo cui Cristo ci ingiunge d’andare è là dove il nostro io, densificazione di abitudini mentali e sociali, di avidità ed egoismi personali e collettivi, può intonare il canto della perfetta spoliazione, dove può dissociarsi dal passato, distruggere ogni nuova entità che si riforma sulle rovine di quella crollata, per divenire supremamente cosciente e vivo; dove, scrollandosi di dosso tutto il passato, senza più una pietra ove posare il capo, diventa una fiamma che consuma tutto, eccetto l’Eterno che in se stesso porta; dove libero da tutti i condizionamenti, spoglio di tutte le immagini, senza idee nella sconfinata semplicità che non ha fine né principio, né forma, né modalità, né ragione, né senso, né opinione, né intenzione, né scienza, senza orbite tracciate, senza limiti, l’uomo vive la vita dello Spirito (Hadewich).
Certo, il largo cui Cristo c’invita fa spavento, la mente ansiosa di quieto vivere, di comodità, di protezioni ne ha terrore. Se vogliamo essere cristiani non possiamo essere dei disertori, non possiamo sottrarci a quello che costituisce la ragione della nostra presenza nel mondo: portarvi l’immagine e la realtà dell’uomo nuovo; e verso questa grandezza non possiamo cristallizzarci o lasciare che gli altri si cristallizzino, e neppure possiamo addormentarci o lasciare che gli altri si addormentino, ponendoci nella condizione di fermare il nostro compito ascensionale di cristiani.
Cristo dice a Pietro dopo la pesca miracolosa: «Ti farò pescatore d’uomini» (Luca 5,
10), parole che non vanno prese nel loro peso letterale, ma nella loro duttilità di metafora. Come il pescatore porta il pesce dai gorghi dell’indistinto e dell’informe acquoso alla chiarezza solare della luce, così Pietro, e con lui tutti i credenti, son chiamati a portare gli uomini dalla confusione all’ordine, dal caos delle opinioni, delle passioni, del vagare senza scopo, né meta, alla compostezza del sapere e dell’amare, del conoscere e del comprendere; qualità proprie di chi in Gesù trova armonioso e consapevole riordinamento.
Andare al largo coinvolge tutta la chiesa, quella docente e quella discente, la tradizione episcopale e la tradizione profetica, la gerarchia, i teologi e il popolo cristiano; e il largo è realtà oggettiva nella persona umano-divina di Cristo, non una costruzione innalzata da Pietro e dai suoi successori, dalle scuole teologiche o dall’esperienza dei santi: è lo spazio vivente di Cristo non edificato da mano o da volontà d’uomo, ma da Dio.
Questa consapevolezza ci farà prender la mano di tutti, perché tutti insieme, tenendo le mani congiunte, ci incamminiamo decisi verso il regno del Figlio dell’uomo e del Figlio di Dio. Farà cadere dalla nostra anima la paura della novità, l’indifferenza egoistica, la tiepidezza che ci tengono saldamente fermi nei porti raggiunti e c’impediscono di riprendere, fiduciosi nella parola di Cristo, il largo.
La paura che ci fa ignorare le problematiche religiose che tormentano le coscienze degli uomini del nostro tempo e i tentativi fatti dai ricercatori onesti di darvi una risposta più soddisfacente e persuasiva; la paura che ci fa dire, di fronte alle ricerche di pensiero e di azione di tanti generosi: ci pensi il papa, io sto a quello che dall’alto mi vien detto; la paura che ci asserraglia in un concetto morto e mortificante della tradizione; la paura che ci rende lodatori del buontempo antico perché il tempo antico ci esime dal pensare al presente. La paura della novità che ci rende moderatamente canaglie e moderatamente buoni, pronti a fare il bene o il male purché non costino fatica!
Figlia della paura è l’indifferenza egoistica, vera morte bianca che fa passare dalla vita alla morte senza che ce ne accorgiamo, sonno mortale dell’anima che, perdendo ogni reazione al bene e al male, diviene amorfa e uccide in sé la scintilla divina.
Dall’indifferenza nasce la tiepidezza, il principale avversario della cattolicità; essa svuota il cristianesimo del suo contenuto eterno, vivente, per mutarlo in un complesso di riti, di formule, di verità recitate e non approfondite che stabiliscono un divario invalicabile fra la vita religiosa e quella laica, ove lo spirito e la materia si inaridiscono; in un campo si ha paura di nominare Dio, in un altro si ha paura di nominare la materia.
E Cristo torna a ripetere: andate al largo, verso la liberazione da ogni costrizione, terrore o paura; verso l’abolizione di ogni dominio dell’uomo sull’uomo; verso l’annullamento di ogni forma di prepotenza e di strapotere; verso la cancellazione di ogni tentativo di assolutizzazione delle dottrine e delle volontà dell’uomo.
Al largo l’uomo sente che Dio è la presenza cui aspirava con tutte le sue inquietudini, l’amore che lo visita penetrando in tutte le sue fibre portandovi luce, conoscenza, vigore, gioia di essere uomo liberato e redento.