III Domenica di Avvento Anno C

LA QUALITA’ DELLA GIUSTIZIA

Estratto da “La vita senza fine” di Giovanni Vannucci – O.S.M. –
Centro Studi Ecumenici Giovanni XXIII, priorato di sant’Egidio – Sotto il Monte – Bergamo

La liturgia in preparazione al Natale, all’incontro col Fanciullo che nasce, ci dà ogni domenica delle indicazioni importanti. La prima domenica d’Avvento ci richiama lo stato dell’umanità in tutti i tempi e in tutti i momenti, che è quello di essere sotto il giudizio di Dio. E’ la parola di Dio che ci giudica, perché le nostre opere di uomini sono sempre imperfette, incomplete, attorniate da grandi ombre e da grandi imperfezioni. E allora abbiamo continuamente bisogno di sentire su di noi una parola che ci giudica.

Nella seconda domenica d’Avvento la liturgia ci invita ad andare nel deserto, nel silenzio. Il deserto lo dobbiamo trovare in noi, cioè dobbiamo liberarci non solo dai rumori, dalle dissipazioni e dalle distrazioni che ci vengono dall’esterno, ma anche da tutto quell’insieme di opinioni, di teorie, di ideologie che ci posseggono dall’interno e che danno alla nostra mente l’impossibilità di pensare con le sue proprie forze.

Nella terza domenica d’Avvento la liturgia presuppone che noi siamo entrati nel deserto, che ci siamo liberati da tutte quelle sovrastrutture che condizionano il nostro agire di uomini religiosi. E ci indica la prima strada, il primo momento, il primo passo per giungere alla verità cristiana: esso ci viene mostrato da Giovanni Battista.

Giovanni Battista appartiene ancora alla qualità della giustizia. Egli indica alle varie classi che lo avvicinano il modo di attuare la giustizia: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha. Chi ha da mangiare, dia da mangiare a chi non può sfamarsi». E agli agenti del fisco dice: «Non esigete più di quello che dovete esigere». E ai soldati: «Non commettete delle violenze» (cfr. Lc 3, 10-14).

Questo è il programma veterotestamentario di vita. Ed è necessario che noi lo attuiamo nella nostra esistenza se vogliamo avvicinarci alla qualità dell’amore che Cristo ci ha portato: perché, come possiamo amare se rimaniamo chiusi nei nostri possessi, nelle nostre avidità? Come possiamo amare se il nostro comportamento è ancora un comportamento di prepotenza e di violenza verso gli altri? Allora dobbiamo spogliarci dall’istinto della proprietà, per «fare giustizia». Una proprietà equilibrata, che non ha niente a che fare con l’amore cristiano, ma se noi non realizziamo, non viviamo questa qualità della giustizia, non possiamo accedere all’amore. Come può un grosso proprietario di case, di fabbriche, amare? Bisogna che prima «faccia il pane», e poi comincerà ad amare.

Vediamo questo anche nella storia degli uomini. Noi viviamo in tempi in cui la parola della giustizia torna a essere stimolante nella nostra coscienza e si afferma attraverso numerosi movimenti; sta entrando anche in seno alla Chiesa cattolica, dove noi eravamo purtroppo abituati a guardare troppo in alto, a non guardare sulla terra; sta entrando anche nella nostra coscienza questo bisogno di spogliarci, di «fare il pane», di non sentirci differenti dagli altri perché possediamo una tunica in più o perché il nostro piatto è più ricolmo di altri piatti che sono vuoti. Vediamo nella storia che, sicuramente, dopo che l’umanità avrà acquisito in una maniera più forte, più estesa la qualità della giustizia, il cristianesimo avrà un rinnovamento profondo se ha permesso a noi, se ha concesso a noi di passare il battesimo dello spirito, di essere immersi nello spirito, di bruciare nel fuoco dello spirito, di essere creature capaci di amare.

Il Vangelo che leggiamo tutte le domeniche, ma specialmente nei periodi più sacri dell’anno liturgico, ci descrive il divenire del cristianesimo nella storia. Noi viviamo ora in un mondo, sia pure sconvolto, ma compenetrato da ansie di giustizia. Quando questa giustizia avrà trovato il suo equilibrio, la sua manifestazione, non totale, non completa, ma più vasta che non in altri tempi, sicuramente noi potremo sperare di passare nella qualità dell’amore cristiano. E allora saremo battezzati non dall’acqua, ma dallo spirito. Vivremo non la contabilità della giustizia: «Hai due tuniche? Danne una a chi non ne ha», ma vivremo quell’intensità di vita animata dal fuoco dello spirito, che discenderà in noi quando saremo riusciti a compiere le opere della giustizia.

Rientriamo in noi e guardiamo attentamente alle cose che costituiscono i nostri beni: se questi ci dividono, trasformiamoli in strumenti di comunione e di rapporti di giustizia con gli altri. Perché, se non c’è questa totale trasformazione della nostra esistenza, non potremo pretendere di entrare nel regno dell’amore, di essere battezzati nello spirito, di essere animati dal fuoco divino che Cristo ha portato. Sia così la nostra vita; siamo ancora alle soglie del cristianesimo, ma prepariamoci a entrare nel «santo dei santi» del cristianesimo, compiendo tutta la giustizia che ci viene richiesta.